Drazan Gunjaca - Tutti gli uomini sono fratelli

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- I congedi balcanici
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- Amore come pena
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- Buona notte, amici miei
- I sogni non hanno prezzo
- Tutti gli uomini sono fratelli
- Acquerello Balcanico

 

 

AMORE E PATRIA
BOMBE INTELLIGENTI
IL COLOMBO ED IO
PROMESSE
TUTTI GLI UOMINI SONO FRATELLII
GUERRA ANCHE DOPO LA GUERRA
TRENI SENZA ORARIO

Il prêt-à-porter di guerra

AMORE E PATRIA

Ieri il passato mi raggiunse, da cui incontrai un uomo caro, e ciò mi fece di nuovo svegliare dei ricordi inceneriti, mi costrinse ad alcuni nuovi – vecchi pensieri. Numerose domande senza risposta trovarono anche questa volta il loro posto sotto il mio sole avaro… E sopravvengono come le onde, senz’alcun ordine connesso, logico, colpiscono ovunque capitano per dopo ritornare sparse, in mille goccioline, nel – nulla.
Le divido con voi? Dubito di averne dei vantaggi, e soprattutto di farvi sentire meglio però, chi lo sa, può darsi che anche uno di voi navighi per questo mare morto, ed ecco, giusto che sappia di non essere solo. Non posso offrire niente di più.
Queste domande… Amo la mia patria, ma per l’amore ci servono due parti, non è così? Almeno due. L’amore, se non è corrisposto, col tempo si trasforma in incubo. Come, ed a chi, dimostrare di amarla, se non appartieni a quel gruppuscolo di urlatori e dei loro portavoce, il cui amore magari si sottintende per l’altezza della voce e per la potenza della recita. Che cosa succede se non puoi urlare così forte come loro? Se ami la tua patria in modo diverso? Teneramente, in silenzio, quasi segretamente… Se non sei propenso a rozzi sfoghi d’amore? Dio ti ha semplicemente privato della potenza delle corde vocali e…
Per quale ragione dovrei affatto dimostrare di amare la mia patria? Perché spessissimo questa ne è la condizione di sopravvivenza. Conditio sine qua non. Bene, e se passiamo da quest’ultima, come categoria inconfutabile, che cosa dovrei fare io con i miei sentimenti? Posso mostrarli in pubblico come fanno loro, anche se sono diversi? Ho ricevuto negli ultimi anni centinaia e centinaia di lettere di coloro che hanno abbandonato la loro e la mia patria, ma non l’hanno mai smessa di amarla. A suo modo. Anzi. Stano soffrendo. Terribilmente. Come ognuno quand’è lontano da chi ama.
Può darsi che tutto ciò si debba semplificare e ridurre al diritto sulla diversità. Non è forse ogni amore unico nel suo genere? Si può affatto parlare d’amore quando esso viene uniformato? Come può qualcuno versare il mio amore nei suoi stampi?
Inoltre, si può amare troppo? Sfortunatamente, si può. E il prezzo di quest’amore è proporzionale al suo rifiuto.
Forse dovrei andarmene anch’io e seguitare a soffrire in un’altra terra, come gli altri. Che differenza c’è tra me e loro? Nel fatto che la loro soglia di tolleranza era più bassa e non poterono più aspettare che la patria gli ricambiasse l’amore? Oppure nel fatto che compresero prima di me che ciò è un’utopia? Almeno nei nostri tempi. Può darsi che un giorno la patria si ricordi anche di noi…
Ma forse qui ce ne sono molti con la stessa o simile sensibilità come la mia, soltanto nessuno li sta a sentire. A causa di quel problema con le corde vocali…
Forse molti non hanno capito che l’amore e la passione non sono la stessa cosa. Per passione si uccide, per odio soprattutto, eppure per amore… Forse alcuni rancori sono anche legittimi, ma non parlo di loro bensì dell’amore. Colui che veramente uccide per amore è vittima più grande dell’ucciso. Perché tuttavia lui continua a vivere con questo peso.
In fin dei conti, l’amore non è una categoria razionale, eppure deve lo stesso fondarsi su alquanto sane basi per non trasformarsi nel suo contrario, non è così?
Forse io sono davvero impazzito a causa di questi caldi insopportabili; forse hanno gli altri, o degli altri ancora, ragione? E forse non c’è l’hanno. Si vedrà una volta per tutte quando passeranno questi tempi infernali, e dovranno passare prima o poi. Oppure no?


BOMBE INTELLIGENTI

Vivo in un paese il cui debole corpo è stato recentemente straziato da una guerra durata cinque anni. Per questi paesi è un ciclo naturale che si ripete regolarmente, per ragioni incomprensibili a persone ragionevoli, con ritmi che non permettono a nessuna generazione, tanto meno alla mia, di evitare una tale esperienza. Qui il passare del tempo, la maturazione di coscienze e lo sviluppo della democrazia non influiscono minimamente sul periodico scambio di opinioni attraverso i mirini. Vivo in un paese dove, ad esempio, i referendum, come il più antico modo di espressione civilizzata dell'opinione popolare, vengono organizzati solo per le questioni che apertamente portano a nuovi conflitti. Di qualsiasi tipo. I nemici ci sono sempre, no? Se no, tanto peggio per loro. Ce li inventiamo.
Ho dimenticato di dire: amo il mio paese, per quanto sia imperfetto. In fin dei conti, chi è perfetto?
Ammetto però che delle volte non è facile vivere in un paese dove il volume dell'inno nazionale è più importante di una pancia piena. Va bene, alcuni sono più musicali degli altri, ma quando si tratta di inni, basta un buon orecchio. Per sentirlo in tempo. Si tratta solo di pratica. L'abitudine è l'altra natura, no? Mano sul cuore, è un po' irritante vivere in un paese dove il passato è più importante del presente, dove nessuno pensa al futuro perchè è talmente incerto che non ha scopo perdere tempo a contemplarlo. Non ha senso giocare le proprie carte per un futuro che qualcuno ha già perso giocando in nome tuo. Non è un modo ragionevole di aspettare il domani. Se almeno questi giocatori autoproclamati avessero saputo le regole principali dei giochi d'azzardo, per non parlare delle sfumature impercettibili sulle quali spesso dipende l'esito del gioco, forse ce la saremmo cavata meglio. Beh, col tempo ti rassegni.
È nella natura dell'uomo sperare anche quando questo non ha senso. E ci sono anche speranze diverse. Quelle importanti, prioritarie, che ti perseguitano sempre, e quelle secondarie, supplementari, nel caso le prime non si avverino o qualcuno per sbaglio le proibisca. E così, come il resto del mondo, guidato dalle proprie ansie e paure, di tanto in tanto decido fermamente di abbandonare questa valle di lacrime per trovarne una nuova, una valle di riserva, in qualche altro angolo del pianeta, piena di fiori e bellezza, dove il passato è stato seppellito con dignità e nella quale oggi vive il futuro. In qualche modo, in questi giorni mi assilla un'altra di queste piccole decisioni.
Ma dato che la patria non puoi cambiarla ogni giorno, e dato che il mondo è diventato un villaggio globale, mi sono messo alla ricerca della terra promessa. Ho acceso la TV satellitare, la mia finestra sul mondo, ed ho iniziato. Un grande choc. Invece della valle magica, sullo schermo non smettono di cadere bombe di tutti i tipi: stupide, intelligenti, grandi, piccole, di raggio ridotto, di raggio internazionale, senza guida, quelle teleguidate, con grande potenza distruttiva, a potenza un po' ridotta, e poi vengono le madri di tutte le bombe, con la loro innumerevole prole... Tra tutte queste stelle cadenti, ogni tanto si intravvedono gli occhi di un bambino terrorizzato, la cui casa è appena stata rasa al suolo perchè una delle bombe intelligenti ha avuto una giornataccia; e poi vedi gli occhi pieni di terrore di un giovane del Texas che all'improvviso, da un giorno all'altro, a migliaia di chilometri da casa, è diventato prigioniero di guerra... Sfollati, profughi, persone di buona volontà, e tanti senza volontà... Nei parchi di certe belle città passeggiano uomini seri in uniforme, con cani addestrati ad abbaiare al fiuto di problemi. A cosa gli servono i cani? Qua la gente ha ululato fino al cielo, ma non c'era nessuno ad ascoltare.
Dio mio, esiste ancora qualche speranza? Forse? Solo quando più nessuno, ma proprio nessuno, oserà chiamare una bomba "intelligente".


IL COLOMBO ED IO


Due o tre mesi fa, è apparso sul terrazzo del mio appartamento in una calda mattinata; un colombo grigia che mi guardava impaurito aspettando la mia reazione a questa visita inaspettata. Ho alzato le spalle, pensando che comunque sarebbe volato via tra qualche istante per cui non valeva la pena per questi pochi minuti cercare di stabilire un difficile contatto. Negli ultimi tempi ho sempre più difficoltà a comunicare anche con i bipedi, figuriamoci con i pennuti.
Lui però non se n’è andato. Stava ancora li, scuotendo la testa a destra e a sinistra e squandrandomi. Alla fine ho ceduto, sono andato in cucina dove ho trovato qualche briciola che gli ho offerto in pasto. Dopo tutto, è un ospite. Da quella volta non è più andato via.
Nel frattempo, per forza di cose, abbiamo elaborato i nostri segnali di comunicazione interna alla perfezione, tanto che è quasi diventato una specie di critico letterario di tutti i miei tentativi di scrivere. O meglio, è diventato partecipe di tutti questi tentativi. Per comunicare più semplicemente, dice solo “si” (due volte gu-gu) o “no” (quattro o più volte gu-gu). Ah sì, si chiama Gu-gu. Beh, non ero mai bravo a scegliere nomi, ma a lui non sembra dia fastidio. È uno dei pochi.
Ecco una parte del nostro dialogo di stanotte, verso le due, mentre io me ne stavo con il mio computer portatile sulle ginocchia e lui, da un armadio vicino, guardava lo schermo arrabiato.
- Gu-gu, ti do ai nervi, non è vero?
- Gu-gu!
- Non puoi dormire a causa mia?
- Gu-gu!
- Beh, caro mio fallito con le ali, dopo quasi tre mesi che stai con me, sarebbe ora che ti abituassi al comportamento umano.
- Gu-gu-gu-gu.
- Che significa questa negazione così forte? Che non ti puoi abituare agli uomini in generale o solo a me? Niente commenti. Allora si tratta solo di me, non è vero?
- Guuuuuu!
- Ooo, una nuova forma di comunicazione. Devo indovinare cosa vuole dire. Non mi importa. Dopo tutto, sei venuto tu nel mio mondo, e non io nel tuo. E poi cosa manca al mio mondo virtuale? Va bene, non centra troppo con la realtà, ma io scrivo della realtà, così....
- Guuuuuuuu!
- Giusto per l’informazione, sei abbastanza maleducato per uno che si aspetta dall’altro che gli dia da mangiare. Allora ti sei adattato al mio mondo...
- Gu-gu-gu-gu!
- Diventi stancante stanotte. Forse pensi anche tu che il mio scrivere non abbia senso.
- Gu-gu!
- Ah, è così! E perchè? Tu non puoi comunque capire il senso...
- Guuuuuuuu!
- Capisci? Allora cosa manca al mio scrivere? La scelta dei temi? La guerra, il dopoguerra, l’ipocrisia, l’umanità...
- Guuuuuuuu!
- Pensi che non interessi più a nessuno? Va bene, in parte sono d’accordo con te. Però, se ce ne stiamo zitti tutti, allora quella minoranza di maniaci...
- Guuuuuuuu!
- Va bene, faranno la loro parte comunque, e io finiro male per quello che scrivo inutilmente. È questo che vuoi dire?
- Gu-gu!
- E cosa devo fare? Smettere di scrivere?
- Gu-gu-gu-gu!
- Allora? Cos’altro mi rimane con la mia visione del mondo da queste parti? Devo smettere di respirare?
- Gu-gu!
- Ascolta tu, maniaco pennuto, ora esageri. Sarà ora che ti faccia vedere qualche argomanto fisico...
Sentito questo, Gu-gu si svegliò per bene e volò al sicuro nell’altra parte della terrazza, dove non potevo raggiungerlo perchè... Non importa perchè, non potevo. Se ne stava lì, offeso, a guardare lontano. Grazie a Dio, pensai, e continuai a scrivere in pace.
Dopo mezz’ora in cui sono riuscito a scrivere addirittura una frase e mezza, mi rivolsi a lui pentito.
- Gu-gu, torna indietro. Rinuncio agli argomenti fisici. Sono stati loro a ridurmi a questa solitudine virtuale. Non i miei magari, ma quelli degli altri, fa lo stesso. Dai, torna qui. Puoi commentare quanto vuoi, ma vieni subito qui. Così. Ti ringrazio. Questo maledetto bisogno umano di socializzare...
Gu-gu è tornato. Il dialogo è continuato ad un livello più alto. Fortunatamente, il mio terrazzo si trova in cima al palazzo, così non ci sono testimoni di questi dialoghi notturni. Non per me, non mi importa niente, ma per lui, che non diventi la meta di qualche concittadino tollerante, incline ad argomentare con “altri” mezzi. E poi chi sa perchè e da che cosa lui si è nascosto in questa labile sicurezza notturna. Qualsiasi cosa fosse, gli basta la punizione di dover condividere i miei pensieri e svegliarsi con loro al mattino. In questo stesso mondo, e con quegli stessi pensieri.

PROMESSE

Odio le promesse. Quelle di chiunque. Semplicemente, già da qualche tempo ho riempito il mio bicchiere d’illusioni e non so più dove metterle. Soprattutto non sopporto le cosiddette grandi promesse. Può darsi che sia invecchiato dentro di me di cent’anni, durante quest’ultima guerra quinquennale che passò rombando dalle nostre parti. Ma ai vecchi le promesse non significano molto. Da qualche parte nei miei libri ho scritto che per lo stato d’animo un anno bellico è uguale a venti anni del periodo di pace. Tanto peggio perché dopo la guerra ho capito che essa non finisce quando i fucili si calmano, ma soltanto quando si riesce a reprimerla abbastanza dalle teste dei sopravvissuti.
Da quando mi nauseano le promesse? Da quel momento che le stesse persone prima ci convincevano che sicuramente la guerra non ci sarà, ma questa stessa guerra, in pochi mesi, da qualcosa di inesistente si trasformò in una necessità impellente che veniva aspettata da secoli, come una via naturale verso la libertà… Chi ha affatto permesso a loro di liberarmi? Non ascoltate le promesse di quelli che dichiarano che la vita è il valore più grande, soltanto quando essa è stata deposta sull’altare della patria. E ancora ti assicurano, morto come sei, di non esserlo per niente. Se i morti potessero sentire… O giudicare…
Dopo la guerra molte canaglie, furfanti e profittatori di tutti i tipi spiegano ai sopravvissuti perché loro pensano che ci abbiano liberato. Nel frattempo ci rimproverano l’ingratitudine verso quelli che loro hanno mandato a morire. Quelli che loro hanno sacrificato per noi ed a causa nostra.
Il mondo. La mia più grande e più dolorosa illusione. Non solo mia. La guerra è, tra l’altro, un periodo intensivo di negazione di tutto l’inaccettabile. Mi sono serviti degli anni per capire che a molti leader mondiali serviva questa nostra guerra. Perché? Non lo so. E se lo sapessi, non mi permetterei di dirlo ad alta voce. Non per paura, la paura mi ha già ucciso da un pezzo, ma per dignità verso quello che è rimasto di me. Per custodirlo, quel che sia.
Iraq. Per alcuni quella guerra è finita, per altri è appena cominciata. Con altri mezzi. La guerra è un fenomeno molto conformistico. Può sfruttare tutto in ordine di persistere. In un o in un altro modo. Oggi ho incontrato un mio collega ufficiale (ho dimenticato menzionare che una volta fui anche ufficiale…) che cerca accanitamente di convincermi che gli Americani abbiano cominciato ad avvelenare i propri soldati, per dimostrare che i veleni bellici esistono davvero. Questo collega appartiene a quei servizi speciali… Gli dico che è matto, che è rimasto troppo a lungo con l’uniforme. Lui fa un cenno con la mano, trattandomi come un caso perduto del quale gli ultimi anni di avvocatura, e poi anche lo scrivere, hanno creato un tipico “civile perso”. Non ho commenti. Continuo a ripetere di non crederci, che questa non è la verità, che nessuno può fare questo a quei poveri ragazzi che ora muoiono nelle grandi tende piantate nella sabbia incandescente del deserto… Lui mi risponde, rivolto di spalle, che ho dimenticato di analizzare le cose in modo militare. Mi chiede, deridendomi, se mi ricordo di qualunque promessa sulla sicura esistenza di prove per questi veleni… Mi ricordo di molte cose, troppe…
Odio talmente le grandi promesse. Infine, sapete come distinguere le grandi promesse da quelle piccole? Dal numero di vittime.

TUTTI GLI UOMINI SONO FRATELLI

Vivo in un paese e in un ambiente che, nonostante li sforzi, faccio sempre più fatica a capire. È vero che ultimamente ho esagerato con lo scrivere diventando quasi uno scribomane, ma qualsiasi cosa io scriva, o ne pago le conseguenze oppure vengo ignorato completamente. L'ultimo è molto più accettabile.
Mi sono allontanato dal tema, ma non a posta. Uno sbaglio concettuale. Sì, nell'ultimo dramma, nella dedica, ho scritto che tutti gli uomini sono fratelli, anche quelli che hanno dimenticato di essere uomini. E sono proprio loro ad aver più bisogno di aiuto, anche se non se ne rendono conto. Ripeto, si trattava di una dedica e dunque non aveva un nesso diretto col dramma, il che da queste parti si può considerare un passo più o meno positivo nella mia concezione del mondo fallita. Però, dato che il dramma rappresenta imparzialmente le pazzie di tutti i popoli dei Balcani, uno non può non chiedersi: ma chi sono questi nostri fratelli? Non saremo, per esempio, fratelli dei Serbi con i quali eravamo in guerra fino a ieri? Beh, non eravamo in guerra solo con loro, ma non riconosciamo l'esistenza di altre guerre, e già che ci siamo, il ponte vecchio a Mostar è crollato da solo. Che c'è di strano? Dopo tanti secoli non ha potuto più reggere il peso di tanti stivali militari che vi sono passati sopra. Vedremo a quante guerre resisterà il nuovo ponte. Gli architetti del passato erano sicuramente più coscienti dell'ambiente in cui costruivano.
Di nuovo io con le mie storie. Vedete com'è sottile la linea tra la fratellanza delle persone ed i ponti fatti crollare. Ricapitoliamo: come possono i Serbi essere nostri fratelli? Dovete ammettere che dopo una guerra è un pò difficile spiegare una tesi del genere. Dato che il mio popolo (che amo e rispetto molto, nonostante quello che pensa di me, e per il quale scrivo questo che scrivo, per quanto esso non lo voglia capire) ha molto timore di Dio, io in queste circostanze mi rivolgo alla massima autorità. Penserete adesso ai padri delle nazioni. No, le loro autorità sono state sepellite con i loro corpi. Pensavo al Papa. Al Santo Padre. È il Santo Padre quello che ogni anno visita le sue pecorelle dispettose che si trasformano in dei santi non appena il suo aereo entra nel nostro spazio aereo? Sì. È sua l'affermazione che tutti gli uomini sono fratelli nonostante il colore della pelle, la religione , la nazionalità...? Sì. È stato lui un paio di mesi fa a cercare per dei giorni quì a convincere il suo gregge della neccessità del perdono, della convivenza, della tolleranza, senza le quali non c'è futuro per nessuno, non solo per noi...? Sì. Ed eravate voi a scuotere la testa contriti in segno di approvazione? Sì. Ma... Ma cosa? Ma il Papa se n'è andato. E proprio questa parte dei suoi discorsi non è stata afferrata troppo bene. Tutti ricordano di più le altre sue parole. Quali? Io non me ne sono neanche accorto. Quelle dove parla della famiglia che è il pilastro di ogni società... Ah, queste. Sì, va bene, sono d'accordo, anche se nell'ultimo romanzo, che sto ancora scrivendo (ho detto bene che sto esagerando), ho definito la famiglia come un gruppo di estranei che condividono la stessa abitazione. E talvolta anche il cognome. Santo Padre, mi perdoni, ma c'è del vero in questo, altrimenti Lei non farebbe tanti appelli alla necessità di rinnovare i valori tradizionali della famiglia...
In ogni caso, i miei compatrioti hanno accettato il Papa solo al livello delle proprie famiglie. Non hanno afferrato bene la parte che riguarda le famiglie altrui, quel contesto allargato della stessa storia. Almeno la maggioranza. Le eccezioni continuano a confermare la regola.
Che non si pensi che ho da ridire solamente sul proprio popolo, per carità, accendo ogni tanto anche il programma satellitare per vedere come se la cavano gli altri fratelli col rinnovo della fratellanza. E percepisco l'immagine opposta di quello che vedo da noi. Ruoli invertiti. Tesi scambiate. La maggioranza sta ancora accusando gli altri, ed è lunga fino alla fase del perdono... eh...
Va bene, la realtà è quella che è. Devi rassegnarti, farci la pace perchè altrimenti sarà lei a non darti pace. Oppure non devi farlo, ma allora... Ma c'è un' altra cosa che non mi è chiara. Se è così che stanno le cose, chi ha scritto quelle migliaia di lettere di appoggio che ho ricevuto da tutte le parti dei Balcani?
Quel dramma dall'inizio della storia è stato già pubblicato, ma sarei così contento se potessi cambiare un pò quella dedica.
Tutti gli uomini sono fratelli e le eccezioni lo confermano. Ancora una cosa, per me molto importante. Che ci credano o no, tutti quei protagonisti delle sacrosante verità (e sono talmente tante che anche queste verità fanno sempre più fatica a sopportare un tale peso), le eccezzioni sono sempre più numerose. Forse non sono abbastanza da diventare una regola, ma bussano pericolosamente alle porte blindate delle stanze in cui si custodiscono le arche dell'alleanza delle suddette verità.

GUERRA ANCHE DOPO LA GUERRA

È estate, il caldo è soffocante ed il mare vicino – la soluzione sembra ovvia. Basterebbero pochi passi per immergere lo spirito stanco, in un corpo ancora più esausto, tra le onde fresche; in qualcosa che la maggior parte del mondo civilizzato chiama vacanza. Ma non è tanto semplice. Bisogna saper riposare.
Ricordo vagamente com'era prima dell'ultima guerra durata cinque anni che rombando ha attraversato questi luoghi ai quali sono stato condannato da Dio e dal mio incomprensibile amore verso questa terra. Ricordo i tempi in cui per questi luoghi camminava l'uomo. E poi è arrivata la guerra. All'improvviso, intollerabilmente arrogante come qualsiasi ospite indesiderato che non accetta di venir respinto. Anzi. E poi da un giorno all'altro sono sparite delle persone con le quali usavo divertirmi, poi vennero delle altre il cui divertimento non capivo per quanto mi sforzavo. Per non sentirmi isolato, ho chiesto gentilmene ai nuovi venuti di spiegarmi le ragioni della loro allegria al che loro, a mia grande sorpresa, sono rimasti di stucco. Uno dovrebbe pur sapere perchè è allegro, no? Dopo un po di tempo alcuni di loro sono diventati per me un altro io, e gli altri hanno iniziato ad evitarmi.
Avete mai visto come riposano i guerrieri? In nessun modo. Quando non sparano, bevono per dimenticare a chi e perchè hanno sparato. Nel primo anno della guerra è sembrata anche a me la migliore soluzione – ma la mia guerra non è terminata in tempo. Come nessuna guerra finisce mai in tempo, indipendentemente da quanto è durata. Dopo alcune sbornie terrificanti, ho capito che tutto questo non aveva niente a che fare con il riposo.
Dicono che tutte le guerre devono finire prima o poi. Siete sicuri? Se è così, perchè i guerrieri continuano a "riposarsi" allo stesso modo anche dopo la guerra?
Lasciamo perdere i guerrieri nel loro mondo che non capiscono nemmeno loro stessi, e che tanto meno possono capire gli altri. I guerrieri non potranno mai capire perchè col passare del tempo da eroi sono diventati dei lebbrosi moderni dai quali tutti scappano, mentre tutti quelli che scappano non capiranno mai perchè fino a poco tempo fa pensavano che quelli lebbrosi fossero degli eroi.
È così difficile essere un piccolo uomo comune in guerra, dovunque essa ti sorprenda. La storia si interessa solo di quelli che ritiene di sua misura. Non degli uomini comuni.
Forse tutto questo riuscirebbe in qualche modo a trovare un equilibrio e raggiungere un livello sopportabile di esistenza tra gli uni e gli altri se non ci fossero i terzi; quelli che avevano bisogno di questa guerra finchè è durata, ma che ne hanno bisogno ancora di più ora che è "finita". Le iene della guerra. Non capiscono né i guerrieri né i sofferenti, e tanto meno hanno il bisogno di capire. Hanno bisogno della guerra come l'automeccanico ha bisogno della macchina guasta – per guadagnarsi da vivere. Se non ci sono macchine guast, tanto peggio per loro. Si deve pur vivere di qualcosa. Ed è per questo che sono loro ad avere più successo nelle loro "missioni". In ogni senso. Per questo la guerra non può finire finchè loro si trovano in scena, dove si sentono perfetti, dove con insopportabile facilità trasformano nuovamente in guerriero qualche poveraccio perso, mentre dei sofferenti impauriti fanno degli struzzi che per troppa paura sotto la sabbia non mettono solo la testa ma ci finiscono interi. Per non far inciampare per caso qualcuno di loro.
Cosa succederà se nonostante tutto alzi la testa? E loro ti notano. Forse non spareranno perchè la guerra è formalmente finita. Ma useranno tutta la loro forza per spingerti a tornare indietro, nella sabbia rovente, inzuppata di sangue e di lacrime.
Con gli occhi aperti. Per non dimenticare più la lezione. Se poi riesci a rimanere in superficie, saranno gli altri a non vederti. Loro non glielo permetteranno. Se per caso gli altri sofferenti riescono a scorgerti lo stesso, allora è il momento di andartene o colmare in fretta le lacune nella tua educazione religiosa.
Non ci credete? Fate pure. È un vostro diritto. Ma poi, per ogni eventualità, ripassatevi le varie preghiere; forse ne avrete bisogno. Pensate che le vostre iene siano più civilizzate? Più garbate? Forse retoricamente non le riconoscete? Tutto ciò non cambia la sostanza.
Bene, potete tentare qualcosa di più facile. Per esempio, provate a fare il turista nel appena "liberato" Iraq. Passate lì la vostra vacanza. Perchè no? Non è stato liberato? Fate amicizia con i liberati. Condividete con loro la gioia della liberazione. Una sensazione unica, credetemi sulla parola.
Ma quando ritornate dall'Iraq non chiedetevi mai: cos'è la libertà? Perchè questa domanda vi dirige in una sola direzione - direttamente al manicomio. Conosco molte persone impazzite a causa della "libertà". Se ci penso meglio, la cosa migliore che potreste fare sarebbe dimenticare quello che ho scritto e godervi la vita finchè potete. Non potete comunque cambiare niente, eccetto...


TRENI SENZA ORARIO

Scrivere o non scrivere? Guardare o non guardare? Vedere o non vedere? Dire o tacere? A prima vista delle domande cruciali, ma in effetti banali, perché quando succede qualcosa possiamo tacere quanto vogliamo, è successo ugualmente. Daltronde, se qualcuno non vuole vedere né sentire qualcosa, sono in vano tutte le immagini e i suoni di questo mondo.
Dopo la recente guerra durata cinque anni, che ora si è temporaneamente spostata da qualche altra parte, e la sopravvivenza nel dopoguerra che segue inesorabilmente, molte persone a me care si sono trasferite altrove in cerca della terra promessa, quella terra senza guerra e pianto, facce tetre e sguardi spenti. Uno di loro si è trasferito in Spagna. Un paese che l’ha subito affascinato. Un musicista. Anch’io suonavo la chitarra tempo fa, ma lui... le sue melodie... una terapia per l’animo. Mi mancava così tanto delle volte, di sera, quando il sole stanco spariva dietro all’orizzonte ed io rimanevo solo con i miei pensieri. Mi ci sono voluti degli anni per capire cosa vuol dire essere condannati al ricordo.
Poco dopo che se n’è andato mi mandò una fotografia nella quale, quasi irriconoscibile, abbronzato, suonava su una grande terrazza piena di turisti che lasciavano entrare quei suoni magici direttamente nel cuore. Beati loro. I turisti.
Ogni anno, all’incirca in questo periodo, lui chiamava e mi pregava di venire a visitarlo. A vedere la sua oasi della pace. A condividere con lui almeno una piccola parte di quel nuovo entusiasmo. Avrebbe pagato i biglietti aerei, organizzato tutto, ha un amico a Monaco di Baviera che mi avrebbe aiutato con l’aereo per la Spagna... Ogni anno penso di andarci e non ci sono ancora andato. E non solo li.
Mi ha chiamato anche quest’anno. Pochi giorni fa. Non ha parlato di biglietti aerei, né dell’amico di Monaco... C’era panico nella sua voce, disperazione... suona così familiare. Ha parlato di sua figlia che qualche giorno prima era andata a Madrid. Non ha chiamato. Non si sa dove sia. Mi chiede se ho visto quella stazione ferroviaria? Sì, chi sa quante volte, e ora nuovamente. Le immagini hanno sempre gli stessi colori. Nel retroscena la paura combinata all’incredulità, sguardi smarriti; un’immagine di vita spezzata negli occhi offuscati. Lui fuori di se. Come, perchè? Perchè proprio qui? Le domande si sovrappongono. Io sto zitto. Non rispondo. Ho dimenticato come si fa a consolare gli altri. Da molto tempo. Ascolto soltanto. Questo non l’ho dimenticato. Anzi.
Si è interrotta la linea. Non lo so qual’era l’ultima cosa che ha detto. Mi è sembrato che parlasse di nuovo di trasfermento. Dove? In che paese? Su quale treno salire? Come riconoscerà quelli che rispettano gli orari? Se non dipende da loro.
Guardo più tardi alla TV milioni di persone che stanno dimostrando contro quelli ai quali gli orari non significano nulla. Un’immagine grandiosa dell’impotenza umana. Tutti hanno detto tutto. Ogniuno nel loro modo. Eccetto quelli che c’erano su quel treno...
Qualcuno gli ha detto che tutti i treni rispettano l’orario. E invece di andare a lavorare, da amici o semplicemente a fare una passeggiata, se ne sono andati a far parte della storia. Non centra niente se a loro la storia non interessava affatto. Erano loro ad interessare la storia. Chi sa perchè? A chi importa ormai? Solo a quelli che “fanno” la storia. A loro nome e quello nostro. A quelli che nella propria pazzia infinita hanno portato il passato ed il futuro allo stesso livello, a scapito del presente. Non gli ha detto nessuno che non esiste neanche un errore umano che non sia stato riconosciuto dal futuro, per quanto lo dichiarassero l’unica, sacrosanta verità.
Ah, sì. L’ultima cosa che sono riuscito a dire all’amico era di non smettere di suonare la chitarra. Mai e per nessuna ragione. Finchè suonerà ci sarà speranza per tutti quelli che continueranno ad arrivare con quegli stessi treni.

Il prêt-à-porter di guerra


Maledetti sogni. Quando tutti ti lasciano in pace, ossia quando con la forza di volontà ti convinci dopo tutto di valere di più dei ricordi, questi ti raggiungono, di solito tra le 2 e le 3 del mattino e allora, completamente inebetito e completamente perso, giri e rigiri madido di sudore nel letto che sembra più uno stivale spagnolo dell'epoca dell'inquisizione che un posto dove riposarsi dalla realtà… Ti dimeni nelle giungle del passato tentando di uscire alla promettente luce del giorno… che però non sorge. E così la vita rotola giù per le scogliere taglienti e appuntite che non sai se appartengono al sogno o alla realtà. Oppure né all'uno né all'altra, così diventi uno di quei cosiddetti casi limite, né in cielo né in terra, dimenticato e disprezzato da tutti. Nessuno ti vuole nel suo mondo. Né i santi né i peccatori. Mentre i confini tra i loro mondi, anche se esistono, continuano a spostarsi su e giù, sempre nella direzione opposta a quella in cui tenti di trovarli. Chissà se mi lascerebbero passare quel confine nel caso riuscissi a trovarlo.
Non si è mai guerreggiato di più, né è mai stato più difficile essere un guerriero. Tempi strani. Quando parti ti salutano con fiori e lacrime e poi ti accolgono con bestemmie e maledizioni. Le stesse persone. Quelle che ti hanno mandato in guerra. Ma cosa si aspettavano da noi mandati al fronte? A volte penso che le guerre siano diventate un cappriccio, una moda passeggera fomentata da sedicenti stilisti che non hanno il minimo senso per le sfumature del modello che creano. Un modello informe, creato in fretta e furia, stufa presto tutti quanti, va fuori moda e tutti distolgono gli sguardi da noi che eravamo solo modelli, e camminavamo per la spaventosa passerella finché è durato il prêt-à-porter di guerra. Ma qualcosa si sono persi lo stesso questi sapienti e onnipotenti signori a tempo determinato. Il modello, una volta creato, vive di vita propria, indipendente dalla volontà dei propri creatori, che infallibili per definizione, stanno facendo la parte dell'elefante ubriaco nella vetreria.
Proteste contro la guerra. Ieri sono stato coinvolto per caso in una. Quando sei un invalido non fai in tempo a spostarti, nemmeno davanti ai pacifisti, immaginiamoci a quegli altri… Prima della guerra non li capivo, ed ora non li sopporto. Perché? Perché tutti loro messi insieme non odiano la guerra quanto me. Perché non sono venuti al fronte a protestare? E poi, prima della guerra, metà di loro erano per la guerra, ed ora, che è fuori moda, sono contro. Onore alle eccezioni. Perse nel tempo e nello spazio come me. Ognuno a modo suo e per le proprie ragioni.
Quando capirà la gente che le guerre non possono essere delle mode?
Perché odio tanto la guerra? Perché in essa non c'è più neanche un filo di cavalleria. Perché la si fa tutti contro tutti. Perché il mio amico è stato ucciso da una nonnina che tentava di salvare dalla sua casa in fiamme… Non poteva reggersi in piedi per la vecchiaia, ma poteva ancora tenere un fucile tra le mani. L'età non conta per poter tenere un fucile nelle mani. Né conta il sesso, la religione, il colore della pelle… niente. Solo delle mani e un fucile. Nei miei sogni lacerati non sono perseguitato da quel fucile ma da quelle mani vecchie e tremolanti… L'ha ucciso per paura. Avrebbe ucciso chiunque si fosse affacciato in quel momento sulla porta della sua casa in fiamme. La paura non ha limiti. È la guerra. È quello che i suddetti "stilisti" non riescono a capire. Non hanno mai visto quella nonnina. Con il fucile nelle mani. Non l'hanno vista neanche quelli che, a loro tempo, ci salutavano con la mano quando partivamo. È molto difficile capirlo finché non vedi. E quando lo vedi è troppo tardi. È molto meglio non capirla, la guerra. Non vederla riderti in faccia e mostrarti cosa, e con che facilità, è capace di fare di ognuno di noi. E poi quel maledetto momento più lungo dell'eternità: vendicare l'amico oppure no? Il momento che ritorna ogni notte…
È mattina presto. Alle 6 non ci sono bar aperti dove poter bere un caffè, eccetto in una stazione di servizio… Lì, appoggiati al piccolo bancone, un paio di ubriaconi che cercano di bere l'ultimo bicchiere, alcuni giovani drogati che urlano Dio solo sa cosa e la cameriera stanca che guarda la scena assente e disinteressata… Appena mi vede si mette a preparare un caffè doppio… Ospite abituale a quest'ora. Negli occhi le vedo riflesso il desiderio di andare a dormire… È sorto un'altra giorno da ieri. Già vissuto. Già passato. Indifferente: tutto è meglio della notte. Tra le 2 e le 3…

 

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