Drazan Gunjaca - SETTE GIORNI DI SOLITUDINE

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SETTE GIORNI DI SOLITUDINE
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DRAZAN GUNJACA

SETTE GIORNI DI SOLITUDINE

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PREFAZIONE

Il nuovo romanzo di Drazan Gunjaca, Sette giorni di solitudine, continua il percorso inaugurato con Buona notte, amici, che abbandona i soggetti di guerra approdando a nuclei di tematiche nuove. Cio facendo, Gunjaca si rivela autore di spiccata sensibilita urbana caratterizzata da componenti intellettualistico-borghesi di quella cerchia sociale alla quale egli stesso appartiene. Ambedue i romanzi presentano in buona misura caratteristiche generazionali, per cui si potrebbe dire che Gunjaèa si provi a tracimare nella letteratura l’immaginario collettivo e la sensibilita di una generazione (alquanto) «spacciata».
Codeste connotazioni intellettualistico-borghesi, generazionali e urbane sono onnipresenti anche in questo romanzo breve in cui Gunjaca attraversando un periodo di sette giorni mostra lo sfacelo e il fallimento di un rapporto uomo-donna. Di proposito non parlo di «legame», poiché l’autore nella propria riflessione va oltre i semplici dettami sociali sui rapporti che incorrono tra due persone di sesso differente scoprendovi delle determinate dimensioni umane universali che, nascendo da un’istintiva attrazione sessuale, attraversano una consonanza intellettuale per arrivare infine all’affinita spirituale. In questa riflessione, Gunjaca ha mantenuto tre caratteristiche fondamentali del suo percorso creativo d’autore: la sperimentazione, l’immediatezza, la sincerita.
Leggendo il romanzo/i di Gunjaèa, il lettore non riesce a sottrarsi all’impressione che l’autore non stia scrivendo di vicende autobiografiche o perlomeno vissute, analizzando le quali e pervenuto a strutture e modelli quasi archetipici del comportamento umano, cio che gli permette di scriverne spogliandoli dell’ipocrisia sociale e degli strati delle molteplici interpretazioni susseguitesi secondo ottiche diverse. Si tratta di una introspezione immediata nella situazione che precede il proprio «adattamento percettivo» al contesto socioculturale. I fatti presentano la scomoda caratteristica di non consentire alcun travolgimento che potrebbe venire da un parere personale, come Gunjaca sembra voler comunicare al lettore, la loro «esistenza» non e soggetta ad alterazioni in conformita alla coscienza individuale. Questa mediazione diretta dei fatti - genuino punto di vista dell’autore - impone all’autore il terzo principio dispositivo, la sincerita che riguarda l’autore in quanto intermediario epifanico della realta, esente da affettazione e civetterie con la finzione. E anche se, come esige il soggettivismo moderno, tutto e relativo, perlomeno l’etica umana e assoluta, ed e proprio alla luce di tale postulato che Gunjaca con il suo romanzo sancisce la visione mediatica del mondo: ogni persona costituisce un mondo a parte, ma allo stesso tempo ogni persona e anche parte del mondo in cui vive, di conseguenza la nostra etica, quella umana, e il prodotto del coordinamento armonico di codesti due mondi, ed e compito dello scrittore di pronunciarsi con franchezza sul proprio personale coordinamento. E, appunto, cio che fa Gunjaca, radicalizzando con questo romanzo i suoi comportamenti compositivi. Visivamente accentuato, il contrappunto tra le componenti narrativo-riflessive e dialogiche del romanzo, a guardarci bene, e in effetti il contrappunto tra il mondo interiore e quello esteriore dell’Io narrante da cui prende vita la vicenda del rapporto intersoggettivo totalitario. Se l’amore e la caratteristica di tutti gli esseri, come ci mostra Gunjaca, allora la sua fine, la scomparsa, determinano la disgregazione dell’essere, dell’uomo in quanto tale, senza distinzione di sesso, di eta o di qualche altra caratteristica biologica.
Per questa ragione, il modo piu semplice e quello di definire il romanzo di Gunjaca come un romanzo femminista scritto con mano maschile. E anche in cio intravvedo chiaramente la «sovversivita» dell’autore in quanto il procedimento conta e gioca sullo sconcerto del lettore. Combinando il lato femminino e quello mascolino della sua personalita, Gunjaca crea una visuale «intersoggettiva» d’autore, che gli permette di oltrepassare le solite barriere sessuali e di mettere a fuoco i rapporti interpersonali nel punto in cui due mondi interiori, siano essi simili o differenti, vengono a toccarsi. In quel dato punto nasce un mondo esteriore che con il suo divenire autonomo, tuttavia sempre razionale o quantomeno sensato, comprime e sgretola le propensioni istintive della gente.
Il risultato finale di un approccio di tale fatta di Gunjaca, e il persistente disorientamento del lettore che non riesce a comprendere fino in fondo se il «femminismo» dell’autore sia reale oppure soltanto ironico distacco dalla realta. Ebbene, in ambedue i casi, per il lettore la sfida e rappresentata dal distacco, quel distacco che lo fara riflettere e ripensare ai propri rapporti con il prossimo, in particolare ai rapporti basati sull’essenza emozionale intima del proprio essere.
Mr. Srdja Orbanic

 

 

 

 

 

 

 

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GIORNATA PRIMA

Mi ha lasciato. Finalmente. Finalmente solo. Letteralmente e metaforicamente. Soltanto che questa solitudine non assomiglia a quella da me immaginata durante le tante crisi di squilibrio… Mi riferisco a quella sorta di «solitudini» che, all’erompere delle frustrazioni che abbiamo accumulato, scambiamo ingenuamente per liberta senza che prima ci si sia posti la domanda cosa sia la solitudine né cosa sia la liberta… Questa solitudine non ha nulla a che vedere con la tanto agognata “liberta”… Questa non e una solitudine tra virgolette e arriva a ondate sinusoidi discordi, come una tempesta sul mare. Dapprima scorgi in lontananza nuvole fosche, irose, alle quali non fai troppo caso per il semplice fatto che sono lontane. Almeno a prima vista. Vedi anche i fulmini che squarciano l’orizzonte, si sente un toneggiare cupo, soffocato, ma tu, Dio solo sa per quale ragione, sei convinto che anche questa bufera girera il tuo scoglio. Te la stai godendo sulla coperta d’una vecchia barca maltenuta che galleggia al largo sulle onde sonnacchiose mentre il tuo corpo seminudo assorbe i raggi del sole… E mentre sogni dimentico di tutto, all’improvviso ti sveglia un toneggiare assordante e gia un fantasma nero e furente ti sovrasta e ti circonda da ogni lato infierendo senza pieta sulla barchetta che geme e sul tuo corpo gelato. Fuori di te, ti giri e rigiri tentando di scorgere attraverso una cortina buia, opaca e appiccicosa il tranquillo porto dal cui riparo hai sconsideratamente salpato, del tutto impreparato all’imprevedibile inferno, …
D’altro canto, chi va a pianificare o a dir poco, a prevedere, il proprio inferno? I pessimisti, forse? I fatalisti? Io non faccio parte di alcuno di loro. Almeno lo credo. In effetti, neanche sono ottimista. Sono realista. Con una leggera tendenza all’idiozia. In verita, non potrei affermare di non aver avuto gia da parecchio sottomano una serie di fatti o se non altro di indizi, che, per dirla onestamente, stavano conducendo senza ombra di dubbio ad un ulteriore sviluppo degli avvenimenti, a quanto sta succedendo adesso, ma si da il caso che avevo balordamente ritenuto essere io un tipo fuori dal comune, che in virtu di questa distinzione, sarebbe stato risparmiato… Anche se, mano sul cuore, difficilmente saprei spiegare con sufficiente coerenza in cosa consistesse questa mia “distinzione”, poiché si tratta piu d’uno stato interiore difficile da esprimersi a parole, piu d’una sorta di sesto senso in virtu del quale a te non possono succedere le brutte cose che si abbattono su quanto ti circonda… E fintanto che non ti colpiscono, ti lusinghi nell’idea di essere il cocco del destino; fino al momento che, quello stesso destino non si ricorda di te. Non ne ha di cocchi, lui. Esistono soltanto i fortunati, dei quali si e scordato piu o meno a lungo. Ecco, di me, si e ricordato. Te ne accorgi per puro caso. Cosi ti capita una di quelle discussioni quotidiane per… non ricordo piu per che cosa, ma per come e finita, so che il destino ci ha messo il suo lungo zampino rapace…Una volta, qualcuno mi ha detto che il destino e il ladro dell’avvenire e il carceriere del passato. Considerazione traboccante amarezza, vero? Lasciamo stare il destino. Qualsiasi cosa gli venga attribuita, se ne fara carico con insopportabile leggerezza. Torniamo alla detta discussione di un’intera serata. Ecco un piccolo saggio alla fine di quell’amabile conversazione svoltasi tra lei e me, che in qualche maniera raffigura il varo della mia navicella esistenziale nelle torbide acque portuali sulle quali galleggiano gli escrementi dei rispettabili abitanti di questa sovrappopolata cittadina. Avete mai analizzato il momento allorché un dialogo si trasforma in lite? Si, lite! Pandemonio. Apocalisse tra quattro pareti. Poveri muri! A me, in qualche maniera, questo momento fatale sfugge, ragione per cui rimango attonito, impreparato a quanto segue.

- Sei un idiota - stava urlando fuori di sé – come puoi neanche…
- Finché mi darai dell’idiota, non ci sara alcun dialogo – l’ho interrotta perentoriamente. L’unico meccanismo di difesa che io conosca in tali situazioni consiste in quelle piccole finte piu o meno coerenti con le quali interrompo l’interlocutore nella speranza di…
- Ma, amore, io ti sto sussurrando paroline dolci per non dover usare qualche espressione «piu blanda» - ha proseguito Lei sullo stesso tono, con l’aggiunta d’una sfumatura di sarcasmo. Bene, se di dolcezza si tratta, allora si puo anche accettare, sebbene fino a ieri avessi immaginato la dolcezza in modo del tutto diverso. – Dunque, razza d’idiota…
- Non occorre che tu lo ripeta, ho capito – la interrompo ancora.
Cosa, hai capito?
Che sono un idiota.
Bene. Benissimo. No, non va bene per niente…
Che cosa c’e, adesso, che non va bene?
Tu non riesci a capire che razza d’idiota sei.
Nessun idiota ne e capace. E per questo che sono idioti. Tuttavia, ecco, io mi ci provero con tutte le mie forze. Unicamente per te. Ce la mettero tutta. Prometto.
Prometti? Ti rammenti di tutte le promesse che hai fatto in quest’ultimi vent’anni…? Gesu, vent’anni spesi per te! Vent’anni, buttati! Il fiore degli anni…La mia gioventu…
Non che voglia immischiarmi in cio che tu stimi essere la qualita della nostra vita in comune, ma se e cosi che la metti, allora, che ne e stato dei miei, di anni, dello stesso periodo?
Tu, li hai vissuti. Capisci? A differenza di me, tu, li hai vissuti.
Beato me! Ti saro grato fino alla tomba per avermi illuminato appena in tempo. Per inciso, cos’e che in realta sarebbe capitato ai tuoi anni?
Sei stato tu, a rubarmeli!
Ma daaai!!! Anche ladro, sono diventato! Degli anni altrui. Dio, ti ringrazio che a nessuno sia venuto in mente di considerare questo “furto” un reato.
Se qualcuno se ne fosse ricordato, tu saresti stato condannato all’ergastolo.
Senza possibilita di condono – concludo io.
Senza – replica prontamente. Almeno su qualcosa siamo d’accordo.
Non proccuparti – cerco di consolarla. – In mancanza d’una condanna della societa per cotante nefandezze, io mi faro giustizia da solo e mi chiudero in me stesso fino alla fine dei miei giorni.
Beh, e tutta la vita che sei chiuso in te stesso – prorompe Lei. – E questo, il problema. Tra il resto, beninteso.
Gia, ma ora questa introversione assume un significato del tutto nuovo.
Quale?
Un significato di condanna.
Tu mi hai punito con vent’anni d’inganni…
Con le migliori intenzioni. E, com’e risaputo, le vie che conducono all’inferno sono spesso lastricate delle migliori intenzioni…
Tutte le tue vie conducono all’inferno.
Molti pensano che l’inferno sia sottovalutato e che anche li si possa trovare…
Lo so io, perfettamente, cosa sia l’inferno.
Tanto meglio per te. Dal momento che non sai cio che vuoi, e gia una gran cosa sapere cio che non vuoi. E l’ ”inferno”, ovviamente, e cio che non vuoi piu, non e vero? Invece, grazie a quella condanna alla carcerazione interiore, io non sono piu tanto sicuro né di questo né di quello, per cui non mi rimane che di scontarne la causa per il resto dei miei giorni. E onesto? Intendo, ritieni la pena adeguata al delitto compiuto? Delitto passionale? No. Delitto per amore? Nemmeno. Delitto per disperazione? Potrebbe passare, anche se un po’ forzato. Perché mi guardi cosi? Non e forse vero che un matrimonio inizia con la passione, dura finché c’e l’amore, e se ne va in pezzi quando si manifesta la fase della disperazione…?
Dio ti punira per tutto cio che mi hai fatto.
Non ne dubito affatto. Anzi, mi sembra che in buona parte quel conto me l’abbia gia presentato. A dire il vero, sotto la voce che riguarda lo scopo, il motivo per cui mi e stato presentato, non c’e scritto nulla e ciononostante, alcune di quelle cambiali, io le ho gia pagate. Per precauzione. Dio sapra bene perché si fa pagare. Se non lo sa lui, allora…
Sembra che tu abbia pagato il conto sbagliato – fa Lei, maligna.
L’importante e che sia stato pagato, tutto il resto sono sottigliezze.
Ahime! – sospira profondamente – Dio mio, quanto sono stupida…
E dove sta la differenza tra una stupida e il summenzionato idiota?
Molto spiritoso. Adesso dovrei ridere, vero? Ha, ha, ha!
Ha chiamato la mamma, questo pomeriggio – cerco di sminuire la tensione cambiando argomento.
Me ne fotto – sbuffa Lei.
Tua, madre – finisco.
Ah, e che voleva?
Non ne ho la minima idea. Appena ha sentito che non c’eri, ha messo giu la cornetta.
Donna intelligente. Avrei dovuto mettere anch’io giu la cornetta tanto tempo fa, e non star ascoltare per vent’anni la stessa solfa…
Un evergreen…
Prego?
Penso, dopo vent’anni d’ascolto permanente della stessa canzone, questa diventa un evergreen, non e vero? O c’e bisogno di qualche anno in piu?
Stammi a sentire, tu, evergreen avvizzito…
Un evergreen dovrebbe essere un qualcosa d’eternamente giovane…
Nel tuo caso d’eternamente pazzo…
Eh, cosi non va – faccio con decisione. – O sono matto, o sono idiota.
Dov’e la differenza?
Ma, sono stato io a chiedertelo poco fa.
Uffa, risparmiami i tuoi trucchetti retorici inconcludenti e le tue sterili spiritosaggini…
Dov’e la differenza tra inconcludenza e sterilita?
Vaffanculo!
Vado ‘ffanculo.

A quanto si dice, come ad ogni altra cosa e possibile abituarsi anche alla solitudine, soltanto che di tempo ne serve parecchio. Molto piu di quanto sarebbe necessario per l’opposto. Io, il tempo di soddisfare le sue insaziabili pretese, non ce l’ho. E defluito. La clessidra si e rotta e i fini granelli di sabbia si sono sparsi un po’ ovunque per la mia vita. Alcuni sono stati subito soffiati via dal vento, altri sono penetrati nei pori e nei solchi piu minuti e vi risiedono in santa pace assieme ad altro pulviscolo invisibile del quale ti accorgi soltanto quando fissi casualmente un punto in un canto della stanza in disordine cercandovi l’improbabile crepuscolo delle ore pomeridiane. Qual’e l’eta giusta che dovrebbe porti dinanzi al muro della vita? Quello che e piu grande di tutti i tuoi desideri, piani, speranze? E va bene, percio che riguarda i piani, non mi ci trovo nel migliore dei modi, i desideri sono stati disseminati dalle ultime buriane un po’ dappertutto e cosi mal ridotti da essere inservibili, e in quanto alle speranze, sono affondate assieme a quella barchetta dell’inizio della storia. Povera barchetta. Coll’andar del tempo, sebbene legata e protetta nel porto, riusciva a stento a tenersi a galla, figurarsi se avrebbe potuto sopravvivere agli uragani odierni. Eppure, a lei mi legano molti bei ricordi. Rammento ancora quando, appena costruita, tutti fieri avevamo preso il mare sfidando burrasche e maremoti molto piu forti. Era sopravvissuta ad ogni prova. Fino a quest’ultime.
Amore, stai tremando in tutto il corpo – avevo detto premurosamente dopo essermi accorto che il suo timido sguardo non mi lasciava. – Ti do la mia maglietta.
No – aveva mormorato Lei. – Tremo perché sei vicino a me. Vieni, cosi mi calmi.
Se lascio il timone, la barchetta perdera la rotta…
- Che importa la rotta, se siamo assieme?
Hai ragione.
Com’e bello aver ragione, qualche volta – mi aveva sussurrato all’orecchio mentre le scompigliavo la lunga chioma nera.
A volte, lo e.
In che anno era successo? Prima o immediatamente dopo il diluvio? Quello biblico. Dove sono spariti tutti quegli anni? Fuggiti. Forse si sono spaventati causa questi tempi nuovi e si sono nascosti da noi. E ora, rannicchiati in qualche piega del passato, rintanati nei loro minuti, fragili involucri, stanno soffiando impauriti sui palmi gelati delle loro mani, non osando far capolino. Disarmati. Non gliene faccio colpa. E come potrei, dal momento che sono stato proprio io a tradirli l’ultima volta che si sono affacciati alla luce del sole in cerca della mia protezione da quelle tempeste paranoiche che fracassavano ogni cosa attorno a sé. Invece di proteggerli, accoglierli, metterli al riparo, correvo come un’anima dannata in ogni dove alla ricerca di un po’ di calore. Non erano stati in grado di seguire il ritmo loro imposto, che del resto neanche a me corrispondeva, ma io non avevo scelta. E se pure l’ho avuta, non l’ho saputa riconoscere a tempo. Ne hanno avuto abbastanza di me e del mio correre forsennato dietro al domani. Invece di vivere l’oggi, noi lo sacrifichiamo sempre ad un domani migliore seguitando cosi all’infinito, finché non ci accorgiamo che soltanto l’oggi rappresenta la realta e tutto il resto e un futuro improbabile o un brutto passato.
Mi ricordo della prima rosa gialla, della prima rosa in assoluto, che le ho regalato. L’ho rubata di nascosto in un parco. Una sola, le altre mi faceva pena coglierle dalla pianta. Con la loro bellezza, ti conquistavano in maniera irresistibile e inspiegabilmente, esse appartenevano proprio a quel parco. Mi aveva chiesto perche fra tante rosse, ne avevo scelta proprio una gialla. Non avevo saputo risponderle, del resto neanche oggi so cio che tutti questi colori rappresentino per questo capriccioso mondo femminile. Non sono mai riuscito ad imparare tutta quest’enormita di regole non scritte che tramite impercettibili nonnulla decretano il destino. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, fino a che non emettono la sentenza. In seguito le rose le acquistavo a mazzo, di vari colori, ma soltanto la prima, quella gialla, era rimasta suggellata in un qualcosa che ci apparteneva. Che eravamo noi. La rosa piu costosa del mondo. E piu preziosa. Mentre la coglievo, stavo morendo dalla paura… Non sono abituato a prendere…O almeno, non pubblicamente. Era durata a lungo. Come se non avesse voluto appassire. Tutte le altre rose, quelle acquistate… Anche quelle erano belle, ma non avevano l’aurata innocenza di quella prima rosa… Non e colpa dei fiori se uccidiamo la loro bellezza coi prezzi che si pavoneggiano in primo piano tra le foglie bagnate… Sembra quasi che le stesse foglie provino vergogna per le cifre che con la propria esorbitanza ed arroganza determinano i loro futuri acquirenti. Un mazzo di bellezza e di buoni propositi costa cosi e cosi. Mi vengono a mente certi personaggi di Remarque che rubavano i fiori nei cimiteri per rivenderli. Il buon vecchio Remarque. Dove li rubano i fiori, oggi, gli eredi dei suoi personaggi senza speranza? E quali fiori sono piu preziosi? Quelli rubati o quelli acquistati?
Praticamente, sto parlando a vanvera, vero? E che vorreste aspettarvi dal primo giorno di solitudine, se non una moltitudine di pensieri sconnessi che sciamano nella testa, si scontrano tra loro, incespicano nella polvere e cosi insozzati si risollevano tentando di sopravvivere nello scompiglio generale che questo giorno ha trascinato con sé. Vi aspettavate qualcosa di coerente? Qui non ci sta. Tutto quanto di coerente c’e stato, e legato ad altre giornate, lontane qualche anno luce da questa. Se potessi viaggiare attraverso il tempo, partirei direttamente incontro a quell’ultimo giorno che il destino mi riservera, all’ultima ora, forse perfino all’ultimo minuto…Come spendere una simile, intera giornata? Certuni dicono che ogni giorno andrebbe vissuto come fosse l’ultimo. Una patetica sciocchezza. Che lo si voglia o no, ogni giorno e allo stesso tempo anche sempre l’ultimo per un qualcosa, solo che non lo sappiamo finché quel tal giorno dura. Per quale cosa, questo di oggi, e l’ultimo giorno?
Un suono aspro si propaga per l’aria stagnante e fumosa della stanza: un «prllup», o qualcosa del genere. E difficile tradurre a parole la voce di questi telefoni moderni. E talmente innaturale, stridula, sgradevole all’orecchio… La ignoro. Proprio come lei ha ignorato me ogni qualvolta avevo pensato che il suo tacito manifestarsi avrebbe risolto tutti i problemi accumulatisi e i dubbi in sospeso. Errato, certo. Del resto, non me ne importa un fico chi stia chiamando. Di sicuro, qualche “benintenzionato” che gia sa che se ne e andata, anzi, lo sapeva ancora prima che se ne andasse, ed ora finalmente gli si presenta l’occasione di aprirmi gli occhi, di spiattellarmi tutto quanto mi aveva tenuto nascosto a fatica in questi ultimi mesi o persino anni. Per alleggerire l’anima. La sua, naturalmente. Quale fottuto rapporto ci puo essere tra la sua anima malata e noi due? Stamane a uno di questi ho detto chiaro e tondo di dare un’occhiata alla propria vita privata, dopo di che gli sarebbe passata la voglia di mettersi a monitorare quelle altrui. I monitor delle anime altrui. Osservatori, per coloro che preferiscono in assoluto i termini alloctoni. I monitor hanno un sesto senso per mezzo del quale riescono ad annusare il sangue fresco giorni e mesi prima che tu inizi a sanguinare. Con indicibile pazienza sono in attesa del momento buono, quello allorché senza ombra di ripensamento s’improvviseranno infermieri solerti, metteranno mano allo scalpello e incideranno ovunque riescano ad arrivare. Se possibile, direttamente nel profondo del cuore. Senza anestesia. Al contempo convincendoti come sia quella l’unica maniera per sopravvivere e ridiventare nuovamente quello stesso «vecchio», normale membro della loro iperboleggiata societa… Cio che e peggio, spaventoso, che a queste loro missioni di beatificazione, essi ci credono veramente.
Faro a pezzi questo maledetto telefono se non chiude immediatamente il becco. Deve avere qualche raccomandazione occulta… E ammutolito, il cretino. Ho smesso di credere alle buone intenzioni dei bipedi. Non ricordo con esattezza quando, né perché. In effetti ci sono sempre le eccezioni che confermano la regola, ma mentre sto cercando di accaparrarmi le eccezioni, di regola mi hanno gia liquidato. Non ne vale la pena. Anche se ho lottato a lungo e disperatamente contro siffatto pregiudizio. Alla stregua d’un incallito giocatore della lotteria cui accade che su sette numeri ambiti - avendone sempre indovinati i primi sei, - quel settimo, ultimo numero, con la sua insensata presenza prenda per i fondelli tutta la precedente promettente sestina. Appena tanto, quanto basta ché la disperazione raggiunga il culmine. Da non dimenticartene cosi facilmente. E in realta non ti duole che quel settimo numero ti abbia tradito, ma che quei primi sei ti abbiano portato fuori strada, facendoti quasi convinto che la possibilita ce l’hai, che la fortuna e a portata di mano… La colpa e di questi sei numeri. Cosa andavano cercando accanto a quel settimo, della cui esistenza sapevano certamente gia da tempo? Quel settimo numero e l’unico naturale, atteso, inseribile in altri numeri esistenziali.
Mi accorgo che sto piangendo contro voglia. Bisogna anche saper piangere. Io non sono mai riuscito ad imparare. Come neanche molte altre utili abitudini della vita. Pero, possiedo in abbondanza quelle restanti. Sembra che ne abbia pudore. Delle lacrime. Anche adesso, che sono solo. Puo darsi che cio tragga radici dalla prima infanzia quando di lacrime ne ho versate tante, vanamente. Non c’e stato nessuno che le potesse vedere. Almeno vedere. Si dice che le lacrime siano una liberazione, che purifichino l’interiorita… Le mie mi soffocano, mi strangolano, mi dilaniano, non mi lasciano respirare… Forse il problema sta nella “quantita”, delle lacrime? Cosa vuoi mai piangere, con due sole lacrime? D’altro canto, anche riuscendo a farle uscire tutte, quand’e che finirei di piangere? Non ho neanche fatto in tempo ad asciugarle. Si sono seccate sul viso, sul colletto della camicia… Ve ne rimarra traccia? A dimostrazione che anch’io sono capace piangere. Guardo attentamente nello specchio del corridoio, ma non scorgo nulla. Proprio stamane dovevo mettermi questa camicia quadrettata, invece di quella bianca di ieri… Incespico sempre in qualche dettaglio a prima vista insignificante, minimo… Avrei potuto possederne almeno la traccia…
Incomincio a tremare. Ad agitarmi. Nervi. Sveltamente faccio fuori ancora un sedativo. Per fortuna me li ha lasciati. Per poco non mi strozzavo. Non ne ho ancora l’abitudine. Li ingurgito troppo rapidamente. Bevo ancora un po’ d’acqua. E defluita. La pillola. Adesso bisogna attendere. Perché faccia effetto ci vuole una buona mezz’ora. Nel frattempo arricchisci le esperienze del carcere mentale che hai edificato per degli anni liberandoti con noncuranza delle pietre nelle quali hai incespicato, gettandole attorno a te, non importa dove, basta che te ne liberi all’istante, e non ti accorgi come da loro stia prendendo forma un solido bastione, privo di porte e finestre… Potrebbe trattarsi di quel muro esistenziale, gia menzionato…
Per sopravvivere in qualche modo a quest’interminabile mezz’ora, accendo il televisore. Forse riuscira a deviare il corso dei miei pensieri. Forse… Sullo schermo una voce assonnata descrive cio che in questo stesso giorno accadde chissa quanti anni e secoli fa. Era successo di tutto e per la maggior parte, cose brutte. La storia e la scienza dei fallimenti dell’uomo. Riflessione estremamente acuta, vero? ‘Ffanculo, inventatene una migliore e poi mi avvisate! Spengo il televisore.
In qualche modo bisogna pure uscir fuori da questo primo, fottutissimo, giorno. Il secondo dovrebbe essere meno opprimente. Deve. E una logica elementare… Che c’entra la logica con questa giornata? Niente, come neanche con gran parte di quelle che l’hanno preceduta. Come imporre la logica, al cuore? Mica si strugge per la logica, lui, ma per questa dannata solitudine. O per le sue ragioni. Fa lo stesso. I medici affermano che trattandosi di un semplice muscolo, il cuore non puo dolere… Che si tratta di fantasie di poeti. Coi medici non ho mai instaurato un rapporto degno di lode; non amo coloro che hanno un’opinione troppo elevata di se stessi mentre sottovalutano gli altri, anche se questi non sono altro che poeti.
Devo iniziare a scrivere quanto mi sta succedendo? In effetti, cosa mi sta succedendo esattamente? Eppoi, chi sarebbe tanto folle da mettersi a leggere qualunque cosa? Forse, chi si trova nel mio stesso stato? Che magari ha tanta voglia di leggere quanta ne ho io di scrivere. Tra parentesi, io mi sono anche occupato di scrittura, cosi, en passant, per hobby… Ma quale hobby! Come terapia, per mantenere l’equilibrio mentale debilitato in maniera disgustosa dagli anni e dalla recente guerra che per cinque anni ha attraversato questo paese rombando. Ed ha perfino avuto un certo suo senso. Mi hanno anche assegnato qualche premio letterario. Ma poi mi e passata anche questa. Mi e mancato il motivo, per non dire il denaro, per finanziare i miei impulsi grafomani. Un vizietto troppo dispendioso. Senza dire che con quanto scrivevo ho pestato maledettamente i piedi a parecchi… Scrivevo della realta, cosi come la conoscevo, ma non e stato il modo piu intelligente di affrontare le cose. La realta non l’ha presa per niente bene, per precisione, si e sentita offesa ed ha contraccambiato il colpo… Perdio, te lo sa appioppare in modo ripugnante! All’improvviso e dal lato piu indifeso della vita. In sostanza, quando mi sono accorto che stavo assomigliando sempre piu ad uno scrittore di successo, rendendomi conto della deprimente verita delle tasche vuote e del sempre crescente numero di giudici che non richiesti avevano iniziato a camminare a carponi e alla cieca per la mia vita sputando su tutto quanto s’imbattevano, mi sono spaventato… Come si susseguivano i premi, le menzioni onorevoli, le targhe e i riconoscimenti, cosi io affondavo. Psichicamente, fisicamente e finanziariamente. Specie, finanziariamente. L’esistenza s’era tramutata in denaro. Tutto quanto era stato ridotto ad aride cifre. Anche l’anima, se cerchi di trasferirla sulla carta. Perché la carta costa. Figurarsi stampare un libro! E strano questo mondo di scrittori, e ancor piu quello dei lettori. Di recente ho letto quello straordinario libro di Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, dove si parla molto di cio. Lo raccomando caldamente a tutti coloro che hanno intenzione di mettersi a scrivere. Potessi almeno leggere, adesso. Magari mi ci provo piu tardi.
Sara finalmente passata quella fottuta mezz’ora? Getto un’occhiata fugace al vecchio orologio a muro. Quindici minuti, appena. Chi ha reso piu lento, questo tempo disgraziato? Oggi la lancetta dei secondi sembra dover compiere dieci giri perché quella dei minuti si muova a pieta e si sposti almeno un po’. Quella delle ore fa da comparsa. Per l’eternita, aggiungerebbero i poeti. Ecco che ricomincio coi poeti. E che ci posso fare se li preferisco agli altri, per quanto siano delle anime perse!
Almeno piovesse. Fino a ieri ha piovigginato incessantemente per giorni. Oggi e dal nulla comparso il sole, sebbene i metereologi non l’abbiano previsto. Ha proprio scelto il giorno adatto. Sembra anche lui voler farmi dispetto. In combutta con quei metereologi falliti della televisione, che non si leverebbero dalla cerea faccia quel famoso sorriso da un orecchio all’altro nemmeno se fuori piovessero mannaie. Almeno venissero giu, ‘ste mannaie, cosi che nessuno, ma proprio nessuno, si azzardasse a mettere il muso fuori della porta… Che la vita di ognuno si fermasse fino a quando questo giorno non sara passato. La prima ondata di solitudine. Perché, domani e un altro giorno. Sicuro. Lo spero… Ahimé, quante speranze ho avuto! Talvolta perfino a ragion veduta. Alcune di quelle speranze si sono quasi realizzate… Ora che ci penso meglio, domani potrebbe essere ancora piu… Meglio non pensarci. Questo giorno deve essere vissuto fino in fondo. Soltanto vissuto fino in fondo. Da tempo, in questi luoghi travagliati, la maggioranza della gente dal domani non si aspetta niente di spettacolare. Anzi. Semplicemente, che non sia piu insopportabile del precedente.
Quando verra a prendere le sue cose? Domani, fra tre, fra sette giorni? Fino ad allora devo farmi forte. Mettere tra il ieri e l’oggi un baluardo che niente e nessuno e possa oltrepassare a volo. Le fondamenta del baluardo, quelle devo gettare, anzitutto. Piu profondamente possibile, affinché possano sostenere tutto il peso del fardello. Ma come? Con che cosa dovrei scavare? Come fortificarle? Cosa incorporare, dentro…? Cosa portera con sé, delle sue cose? Quali cianfrusaglie lasciera? Quelle che si sono andate a ficcare in qualche buco, che poi anni addietro le ritrovi una ad una per caso, ed ognuna ti riporta agli inizi. Un buon metodo per dare il colpo di grazia alla vittima. Anche se io non mi considero una vittima. Non che non mi piacerebbe, ma manco dei presupposti minimi necessari per esserlo. E se pure li avessi, non ci sarebbe nessuno ad aver compassione di me, per cui la cosa mi e indifferente. Del resto, c’e qualcuno oggi che abbia compassione del suo prossimo? Nessuno di alcuno, se si escludono gli ipocriti. Bene, c’e sempre l’eccezione che conferma la regola, ma perdio, io non posso vantarmi nemmeno delle eccezioni! Durante l’esistenza terrena ad ogni homo sapiens dovrebbe essere garantita almeno una di codeste eccezioni, quanto meno per rendergli il soggiorno in questo mondo piu sopportabile. Bisognerebbe limitare a una quantita tollerabile il numero degli ipocriti. Il che molto probabilmente rappresenta un problema assai piu difficile di quanto non sia la scoperta di un’eccezione.
Quanti sedativi dovrei ingoiare per dormire e per potermi in qualche modo poi svegliare? Tra i cinque e i dieci? Ce ne ho gia quattro, dentro, ma oltre ad un insopportabile frastuono nella testa - e non sono del tutto convinto che ne siano la causa – altri effetti proprio non ce ne sono. Leggo nelle indicazioni i possibili effetti collaterali che questi farmaci potrebbero produrre. Ma guarda un po’ cosa non va sotto il nome di «farmaco»! Del tamburamento nella testa non si fa menzione, ma c’e qualcosa a proposito d’una specie di calore in tutto il corpo, d’una pressione al petto, del sudare dei palmi delle mani, di spasmi allo stomaco… Tutto cio l’ho avuto anche prima di prenderli. E allora, a che servono? Non dovrebbero essere loro ad eliminare proprio questi sintomi? Sto per caso prendendo le pillole sbagliate? Forse non si tratta d’un problema di farmaci, ma di diagnosi! Mi trascino fino la camera da letto, fino al suo comodino dove usava tenerle per vedere se ce ne siano ancora di uguali. Non ce ne sono. Le ha portati con sé. Merda! Queste che sto prendendo sono rimaste per caso nel bagno. Puo darsi, per caso. Avrebbe potuto lasciare anche le altre. Tanto, finché abbiamo una donna accanto, noi uomini di salute e di farmaci non ne sappiamo nulla. Una volta, mentre lei si trovava da sua madre, spinto da un terribile mal di denti ho preso quelle pillole che loro usano per i dolori mestruali. Chiedo venia, mensili. E, perdio, avevano avuto effetto. Ne avrei fatto l’abitudine, se me lo avesse permesso. Me le aveva nascoste. Che importa l’etichetta, basta aiutino! ‘Ffanculo, dal momento che alle donne talvolta le etichette sono piu importanti degli effetti! Per la mia tendenza a consumare codeste pillole aveva perfino iniziato a imputarmi… Be, non c’entra. Non vale la pena di parlarne.
Tuttavia, nel cassetto, qualcosa c’era. L’album con le foto del nostro matrimonio che, per quanto mi ricordi, qui prima non c’era mai stato. Non so esattamente dove stava, ma di sicuro non in questo cassetto. Per caso? Anche al caso ho smesso di credere. Lo stesso, da tempo. Mi sembra che questa fine coincida con la fine della fiducia nella buonafede della gente.
Prendo l’album. Dal momento che e qui. Sollevo lentamente la spessa copertina. Sulla prima pagina c’e la dedica con le nostre firme:
Questa e una nostra scelta e qualsiasi cosa la vita ci riservi, ci ripromettiamo di non scordarlo mai.
Che bisogno ha, la gente, di scrivere simili assurdita? In realta, non e insensato. O non lo era. Un po’ banale, ma e comprensibile, non e vero? Lo stesso atto del matrimonio e un coacervo di pacifiche e simpatiche banalita. In buona sostanza. In seguito, quando il tempo le spoglia di senso, quando l’amore diventa un peso, queste banalita diventano un semplice oggetto di cattivo gusto per permetterti il quale, a suo tempo, sei stato costretto a richiedere un prestito alla banca. E non te ne penti. Non dovresti. Dopo tutto e una tua scelta. Cosi e scritto, nero su bianco. Chi e che ha scelto questo giorno?
Volto la pagina. Una foto. Noi due in abiti di cerimonia, sorridenti, come si compete in queste occasioni. Non mi piace questa foto. Dopo, ho dovuto farmi aggiustare il canino sinistro che occupava il posto centrale, riservato alla mia testa. Avrei dovuto sistemare quello stupido dente in tempo. Se almeno non mi fossi messo a cantare… Una canzoncina sciocca, che neanche ricordo. Non canto piu da un bel pezzo. Nessuna canzone. Né quella sciocca, né le altre…
Ne ho abbastanza di quest’album… Sembrerebbe che quel canino si sia risvegliato, ho cominciato a sentire delle fitte. Manca poco e finiro per diventare superstizioso, mi dico. Fa buona lega con disperazione, non e vero? Parlare di disperazione sara forse un po’ esagerato per definire il mio stato? Forse il problema sta tutto nella solitudine. Da parecchio ho buona familiarita con la solitudine interiore, ma con codesta che mi assedia me la cavo piu difficilmente. Anche se, in buona parte, e stata quella interiore a portarmi all’esteriore. Non posso dire che mi abbia sorpreso. O, meglio, che sia arrivata inaspettatamente. Come ho gia fatto presente, ho sempre saputo del suo arrivo, troppe cose facevano presagire la sua prossima venuta, ma, anche nei rari momenti che mi trovavano rassegnato all’evidenza, calcolavo male il tempo della sua comparsa. E ovviamente, l’ho attesa impreparato, nudo, privo di qualsiasi meccanismo di difesa, sebbene un tempo avessi contemplato l’idea di rinvigorirli… L’uomo e sempre lo stesso, nel suo eterno rincorrere la felicita crede che per l’infelicita ci sia sempre tempo… Ci pensera quando succedera. Magari sarebbe il caso di cambiare atteggiamento. Condurre la felicita alla maestria di eludere l’infelicita in modo che sia lei a dover dipendere da noi, e non noi da lei. Tirarla giu da questo inarrivabile piedestallo e collocarla entro i limiti del reale nel quali noi stessi ci dibattiamo boccheggiando come pesci fuor d’acqua alla ricerca d’aria sempre piu rarefatta. Perché dovrebbe passarsela meglio di noi, se e parte di noi? Be, se lo e. Ho cominciato a vaneggiare, che ne dite? Pian piano. Troppo. Chi se ne importa! Se vi siete stufati, non leggete. Mica lo dico per insolenza, semplicemente per mera impotenza. Non c’e che dire, davvero una differenza enorme, anche se a prima vista suona uguale! Sia come sia, io non ho cercato di evitarla. Intendo l’infelicita, naturalmente. Non ho saputo riconoscerla. Non ho nemmeno tentato di farlo. L’infelicita e la forma camaleontica piu perfezionata. Questi piccoli, non amatissimi, ma eccezionalmente ingegnosi, animaletti. Non c’e nulla a cui non siano capaci di adattarsi.

Amore, lo sai che ti amo – fa Lei, tubando.
Lo so. E io amo te.
Quant’e che siamo sposati?
Ma…Pressapoco un anno.
Quanto, esattamente?
Ehm…! – balbetto tentando in fretta d’interpretare il retroscena della domanda. – Credo attorno a…
Un anno esatto – finisce Lei, tutta moine. Un po’ troppo gattina per l’ora della giornata. – Ti ricordi?
Naturalmente.
Te ne sei scordato, vero?
Non ho scordato il nostro matrimonio, ma la data – mi giustifico in modo indistinto. – Sai che non ricordo le date, ma gli avvenimenti…
Pero sono le date che segnano gli avvenimenti…
…fino a quando le date non diventano piu importanti degli avvenimenti.
Prego? – si confonde Lei per un attimo.
Se ci teniamo, dovremmo festeggiare il nostro matrimonio ogni giorno, e non soltanto per gli anniversari…
Esistono delle regole prestabilite, scritte e non, le tradizioni, un sistema di valori che ci appartengono e che ci caratterizzano per cio che siamo.
Ed e per cio che anche tu sei come sei?
Io sono una donna – scatta Lei, alzando la voce.
Che c’entra con questa discussione? – faccio io colto un po’ alla sprovvista.
Lo capirai col tempo – fa Lei di rimando, seria. – Oppure no. Sta a te.
Ho capito…
Non e vero – taglia corto Lei, andandosene.
Allora mi sforzero di capire…
Anche se un domani lo capissi, non per questo il tempo tornera indietro…
Ma sara lui, a riconoscere noi…
Lo spero.

Era stato comunque un giorno terribile. Sotto ogni aspetto. Non lo dico ora per giustificarmi, ma tutto era iniziato alla rovescia gia dal primo mattino, quando nella direzione comunale presso la quale allora lavoravo come legale, da Zagabria era arrivato un pezzo grosso del partito assieme ad una «compagna», molto probabilmente la sua amante. Era il tempo del comunismo, quando si era tutti compagni e compagne. Adesso non ci sono piu né gli uni né le altre. Né formalmente né realmente. In buona sostanza, i compagni del partito che erano altamente quotati portavano in provincia le loro amanti, mentre in citta si facevano vedere a spasso con le mogli. E scontato che avrebbero volentieri fatto lo scambio, ma le inflessibili regole della societa… Come i signori d’oggidi. Povere amanti! Che vuoi farci, si sa chi sta in prima fila e chi nelle retrovie. Allora come adesso. E cosi, l’emozionatissima compagna voleva assolutamente vedere come funzionava la nuova illuminazione della grande sala per le riunioni, di cui - in veste di segretario del reparto tuttofare – io ne ero il responsabile. Invano avevo sussurrato all’orecchio del capo che non era ancora stata messa a punto e che percio non si poteva mettere in funzione, egli continuava a fissare perdutamente la sua gonna corta sperando che lei si sarebbe chinata almeno una volta. Come minimo, un tantino cosi… Fu esaudito. «Povera me, dov’e che si accende, quest’affare?» gli aveva cinguettato all’orecchio, ed egli senza un briciolo di buonsenso glielo aveva mostrato. Stupida. Dopo di che si era udito un lungo e prolungato «ooohhhh», e la compagna si era trasferita a volo radente dall’altra parte della sala. Con la gonna sollevata. Uno spettacolo mediocremente eccitante dal momento che aveva gli occhi fuori dalle orbite. Aveva smesso di respirare. Una scossa elettrica. Io mi ero offerto di praticarle la respirazione artificiale, bocca a bocca, ho fatto il corso di pronto soccorso ancora da militare… Avevano rifiutato. Vai un po’ tu, a fare l’umanitario! Ad ogni modo lei e sopravvissuta, io no. Il capo mi aveva sospeso su due piedi per un mese intero e con lo stipendio dimezzato. In totale, quanto per legge, in qualita di suo vice, mi spettava. E coi prestiti della banca, come faccio?, mugolavo impotente. A Lei non ho mai raccontato di quelle amanti «volanti», né della sospensione, né dello stipendio dimezzato, me ne scappavo dal lavoro per alleggerirmi l’anima delle preoccupazioni quanto prima. Causa quella ricorrenza, aveva preso il sopravvento. ‘Ffanculo, anche ‘ste ricorrenze! Anniversari o come diavolo si chiamano. In seguito, avevo dovuto farmi prestare del denaro per pagare i prestiti… Neanche di cio, ha mai saputo nulla.
Era stata la nostra prima conversazione lasciata in sospeso. Una di quelle che gettano le fondamenta delle future solitudini, le stesse che col tempo vanno ad interporsi fra voi due fondendo in abissi spaventosamente grandi, tali da respingere anche la sola idea di poterli attraversare a volo con le vostre fragili ali. Cosi vicino, e cosi tanto lontano. Ne sapete qualcosa, vero?
Vado in terrazza e accendo una sigaretta. Avrei dovuto smettere di fumare da tempo, rifletto guardando il fumo che serpeggia lentamente verso il cielo. Lei desiderava oltremodo che smettessi. All’inizio per la mia salute, in seguito per l’odoraccio insopportabile che aveva impregnato cortine, poltrone, abiti… Questo mio inconcepibile vizio vanificava tutta la sua fatica per tenere pulito l’appartamento. Devo aver letto da qualche parte che e piu facile rinunciare a una moglie, che riuscire a soddisfare tutti i suoi desideri. Per quanto il ragionamento possa suonare intrigante, mi sembra che l’autore abbia preso un granchio sbagliando desideri. Sappiamo cosi poco dei desideri di una donna. E anche quando li conosciamo, non li capiamo. A dire il vero, la «regola» vale anche in senso opposto. Gia, ma i desideri delle donne, che comunque non conosciamo, si mostrano sempre piu importanti dei nostri, che ignoriamo in ugual misura. Se non altro, riguardo a quest’ultimi, siamo convinti che ci sono noti. «Ah, com’e fragile il sapere!»
Di nuovo quel maledetto telefono col suo suono irritante. Ad ogni terzo squillo, alzo la cornetta. Non ho la piu pallida idea perché lo stia facendo. Puo darsi perché la terza, e sempre la volta buona. In verita, comprendiamo che Dio e accorso in nostro aiuto molto dopo, ma devi pur attenerti alle regole. Questa, era la terza volta. Dall’altra parte del filo, una voce femminile non troppo gradevole si presenta come l’avvocato di mia moglie per la causa di divorzio. Di gia? Come avra fatto, cosi presto? Se n’e appena andata. In effetti, per il giubileo della decima volta, ma stavolta perfino io sono riuscito ad afferrare che sara anche l’ultima. Non ce ne sara un undicesimo. E dire che avevo appena incominciato ad abituarmi a queste sue partenze e rientri… E a sua madre, che ogni volta l’accoglieva a braccia aperte e la riaccompagnava con le lacrime agli occhi. La quale, naturalmente, sapeva fin dal primo giorno che non ero l’uomo per lei. Probabilmente lo sapeva ancor prima di conoscermi. Se lo sentiva nel profondo della sua anima abbandonata… Il marito l’aveva lasciata da un pezzo, s’era imbarcato s’una nave in direzione ignota e non aveva fatto piu ritorno. Al suo posto, avrei fatto lo stesso. Nessuno che si consideri normale farebbe ritorno all’inferno senza esservi costretto. Dopo di cio, lei aveva consacrato la «propria vita alla sua unica figlia» odiando tutti i maschi senza alcuna eccezione. Per essere preciso, come il tempo passava, ella pilotava tutto il contenuto del suo rapporto con il genere maschile unicamente nella mia direzione, scaricando sulla mia debole groppa tutta l’angoscia delle sue notti desolate… Invano cercavo di farle presente come io non fossi in effetti il tipico rappresentante di maschio, comunque non almeno secondo i parametri della sua immaginazione, lei non differiva di un passo dalla sua linea di condotta. Come un rompighiaccio navigava per la mia materia grigia mandando in pezzi tutto quanto trovasse. Talvolta la temperatura si abbassava talmente tanto da incatenare nel ghiaccio gli stessi rompighiaccio, imprigionandoli in quel gelo sconfinato e cadaverico. Allora, era ancor peggio.

Lo sa, genero, mi ha tradito centinaia di volte – mi ha detto una volta. Non mi si era mai rivolta con il «tu». Per fortuna. Non avrei potuto sopportare una simile abbondanza di intimita.
Come lo sa? – avevo chiesto, curioso.
Ogni volta che rientrava tardi, a casa, aveva una scusa diversa – aveva risposto, sorvolando la domanda, mentre la mascella con la pingue pappagorgia aveva cominciato a tremolare. A nominarlo, la reazione era sempre la stessa.
Significa che perlomeno ci si provava – avevo concluso.
Prego? – aveva chiesto di botto.
Ma - avevo detto, cercando di guadagnare tempo – e per lei, che e stato costretto ad inventare delle scuse/fandonie. Lui non sapeva che farsene. Sapeva bene dove e con chi era stato. Quanto andava escogitando aveva lo scopo di indorare la pillola, per lei, per venirle incontro…
Dunque, dovrei anche essergli grata? – aveva chiesto, schiumando di rabbia.
Almeno in parte – avevo confermato.
Almeno in parte? – s’era messa a strillare perdendo completamente il controllo, che del resto non era il suo forte. – Se avessi soltanto sospettato che mi stava mentendo lo avrei strozzato con queste mie proprie manine…
Ha mai provato a farlo?
Che cosa?
Ad accarezzargli il collo con quelle sue «manine»?
Una volta. Due volte. No, piu volte, ma il figlio di puttana l’ha sempre fatta franca…
Non capisco.
Cosa?
Come ha fatto, a cavarsela?
Non lo so nench’io. Ah, non mi pentiro mai abbastanza di non essere stata piu insistente…
Insistente, in che senso?
In tutti i sensi. Come ho potuto permettere che se la sia cavata cosi a buon mercato? Ah, quando sei giovane, sei ingenuo…
Ah, e stata giovane anche lei?
Prego?!
Voglio dire, dal momento che era giovane, come mai che non si e piu innamorata? Mi scusi, se la domanda e troppo personale.
Non avevo bisogno di amore…
Tutti hanno bisogno d’amore…
Tutto il mio amore io l’ho rivolto alla mia unica figlia, che amo infinitamente…
Si, ma non ha mai sentito il bisogno d’essere anche lei amata da qualcuno?
Vuoi mettere una buona volta quella tua linguaccia maligna tra i denti? – era intervenuta perentoriamente Lei in tono brusco.
Fatto!

Dopo quella conversazione, di rado si parlava di lui. E se ci provavamo, Lei s’intrometteva con osservazioni aspre, facendoci comprendere, senza ombra di dubbio, come il tema non le fosse gradito. Bene, lasciamo stare la suocera, avremo tempo di parlarne (per ogni caso), torniamo alla chiamata telefonica e all’avvocatessa. Le chiedo di che citta sia, perché qui conosco tutti i colleghi. Di Fiume. Dunque, e scappata a Fiume. Da chi, mi serpeggia per la testa. Chi conosce cola? Non potrebbe essere che… Che abbia angaggiato l’avvocatessa ancora prima? La collega mi chiede in tono professionale e reciso se sono per il divorzio consenziente come mia moglie preferirebbe. Esiste un modo diverso? Senza accordo. Per mezzo della classica querela. Dove sta la differenza? Se sei consenziente ti sbarazzi del vincolo matrimoniale in una diecina di giorni, tramite querela puoi trascinarti anche una diecina d’anni. Una bella differenza, devo ammettere. Fattore 10. Senza accordo, niente. Senza, non ti conviene neanche divorziarti. Quanto ci metti a scordare l’accordo, e quanto per la querela? Questo non lo sa. Non le interessa. E invece a me, e proprio questo che interessa. Piu d’ogni altra cosa. Di cio, nessuna legge fa parola. Una faccenda individuale che non sopporta di venir generalizzata. Al contrario, la legge regola i rapporti sociali generalmente, ma non cosi gli effetti collaterali di codesti rapporti, fa lei un po’ piu gentilmente. E sia, dal momento che in tutto questo ci siamo impelagati di comune accordo, ora e doveroso uscirne allo stesso modo. Alla fine, l’avvocatessa e molto piu soddisfatta di quanto lo sia io. Non avrebbe alcun senso spiegarle che anch’io sono avvocato e che le cose le conosco anche senza di lei. Fottuta avvocatura, avvocati o legali (che dir si voglia) compresi. In questo paese per ogni concetto hai due termini, non hai che da scegliere. Uno ufficiale, e l’altro comprensibile a tutti. Conseguenza della guerra e della volonta di distinguersi ad ogni costo da coloro contro i quali abbiamo combattuto. E quelli parlano la stessa lingua. Cioe, la parlavano. Quelli, li capiamo anche oggi, e tra noi che va sempre peggio. Vada a farsi fottere la guerra e l’avvocatura! Non la sopporto piu a livello epidermico. L’avvocatura. In quanto alla guerra, penso che nessuna persona normale sia in grado di sopportarla. Né gran parte delle sue conseguenze.
Finalmente il sole e sparito dietro alle nuvole, ed ecco le prime gocce di pioggia. Bene, almeno qualcosa. Accendo un’altra sigaretta. Mi accorgo in questo istante, che la precedente sta ancora fumando. Le spengo entrambe e vuoto il portacenere che trabocca. Cosi ha un aspetto di gran lunga migliore. Vuoto. Ora posso accendermene un’altra in santa pace. La prima sigaretta, dopo aver vuotato il portacenere.
Getto uno sguardo al telefono. Chissa quando squillera di nuovo, per la terza volta.

 

 

Wolgy
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