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Balcani, la
guerra continua in testa
Intervista di
Paola Turroni(*) a Drazan Gunjaca
Tratto da Stilos,
inserto settimanale del quotidiano La Sicilia, anno VI, n. 15,
martedì 13 aprile 2004
La roulette
balcanica è come una roulette russa, lo stesso rito e gli
stessi gesti, con una
sola differenza: si fa con una pistola automatica invece che con una
rivoltella. E' una "roulette senza alternativa". L'opera teatrale
Roulette balcanica di Drazan Gunjaca racconta la disperazione
di un Paese in cui il libero arbitrio è confiscato, perché "per
tutta la vita hanno insegnato a fare il soldato", e il suicidio
resta la messa in scena dell'estrema unica scelta possibile. Drazan
Gunjaca è nato nel 1958 a Sinj, laureato in giurisprudenza a Fiume,
da dieci anni è avvocato a Pola. Nel 2001 ha scritto Congedi
balcanici, premiato al concorso internazionale sul tema della pace
"Sathyagrah 2002", la storia di un gruppo di amici che per luoghi di
nascita dovrebbero essere nemici di guerra. Il successo arriva con
il testo teatrale Roulette balcanica, con il quale vince la
Targa del Parlamento europeo per la narrativa e la menzione
d'onore al concorso internazionale "Il Convivio 2003" (entrambi i
libri sono pubblicati in Italia da Fara Editore). A tutt'oggi sono
così numerosi i premi che Roulette balcanica ha conseguito, oltre a
quelli citati, che vale la pena elencare i più importanti per
dimostrare l'accoglienza che l'impegno di Gunjaca ha trovato:
Il viaggio infinito 2003 premio per il teatro, Premio Ripa Grande
2003 premio speciale della giuria, Premio Cesare Pavese Mario Gori
2003, Premio Carver 2003, Premio letterario Trieste, scritture di
frontiera 2003 premio per il teatro, Premio internazionale di
poesia e letteratura "Nuove lettere" 2003, Premio
internazionale libro d'oro 2004. Il dramma si svolge in una notte
del 1991 tra due capitani dell'ex esercito jugoslavo, un serbo
e un croato, con il progressivo coinvolgimento di altri militari e
poliziotti, tutti costretti a prendere coscienza delle
contraddizioni della guerra. La lucidità e 1'onestà con cui
Gunjaca parla del suo Paese lo hanno portato a subire pressioni e
minacce facendolo finire in una lista di un gruppo
estremista-nazionalista come persona da colpire in quanto
non patriottica.
Ma lui spiega a Stilos: "Ogni parola ha un suo prezzo. Puoi
precisamente prevedere quanto costerà, perché ormai hanno
metodi collaudati di annientamento. E poi devo spiegare per
l'ennesima volta al mio editore americano che non voglio fare il
dissidente, che parlo al mio popolo, e che esso è il mio
pubblico che deve capire le mie opere. perché i miei figli rimangono
a vivere qui, e non a New York. Fuggendo da qui in un certo senso
tradirei le migliaia di persone che mi hanno mandato messaggi di
solidarietà. che sono felici che esista uno abbastanza pazzo da
scrivere di queste cose per tutti loro".
Quale motivo
l'ha spinta a scegliere un appartamento come spazio del
racconto?
Il personaggio
diventa invasore del proprio appartamento - Petar letteralmente dice
di essere diventato l'invasore dei propri 44 mq di solitudine -
lo stesso dal quale è sparita la sua famiglia, e la casa è il
principio di ogni famiglia. Ho visto tanti destini simili nel
`91. Un amico che se ne andava mi ha pregato di prendere i suoi
mobili perché non fossero altri a portarli via. Non avevo accettato
perché mi sarei seduto in strada piuttosto che sulla sua sedia. Dopo
un'accesa discussione tutti i mobili sono finiti oltre la
finestra del quinto piano.
In Roulette balcanica
c'è una discussione sul nome, se sta musulmano o croato o
serbo. La possibilità di dimostrare il proprio nome salva o
uccide?
Nel romanzo Congedi balcanici ho scritto che nei
Balcani al momento della nascita si dovrebbero assegnare dei
numeri e non nomi. perché i nomi qui sono spesso un peso attorno al
collo che nessuno può portare alla morte. Naturalmente lo dico con
ironia e sarcasmo ed è un parallelo diretto con i campi di
concentramento. le prigioni e altri posti in cui le
persone ammettono di avere un'identità e diventano numeri.
In alcuni momenti nei Balcani è meglio anche un numero piuttosto che
un nome, è meglio non avere un'identità perché spesso ti porta
direttamente alla morte. Per completare l'assurdo. le autorità
internazionali in Bosnia hanno introdotto le targhe
automobilistiche solo con numeri e un paio di lettere
comuni, proprio perché non si sapesse da che città proviene l'auto.
Per riportare in margini tollerabili la tendenza delle auto a
saltare in aria.
Più di una volta i
personaggi fanno riferimento alla seconda guerra mondiale. Si
ha la sensazione che ci sia una sorta di continuum con la
situazione attuale.
Esatto, è
proprio questo che voglio dire. Il fatto è che nella mente di
molti questa guerra è la continuazione della seconda guerra
mondiale.
II problema è
che la guerra non finisce con la sua fine
formale ma con la fine nella mente degli uomini. La guerra vive
ancora nella mente di molti che aspettano la sua continuazione,
e che intanto contagiano con le loro menti le nuove generazioni.
Ogni analista politico sarà d'accordo con la tesi che, se non
ci fosse stata la guerra, la Jugoslavia sarebbe già
entrata nell'Unione Europea. Tra qualche anno entreremo in
Europa come stati indipendenti, se l'Ue esisterà ancora, non ci
saranno più frontiere e la domanda si porrà da sola: a chi è servita
la guerra? A chi è servita la distruzione che ci ha mandato
tutti almeno 20 anni indietro? Io personalmente me ne frego se l'ex
stato si sia disintegrato e non c'è più. E’ il modo in cui è
successo, la gente che ci viveva e che ci vive ancora, le
relazioni tra di loro.
Cosa pensa della
carta di Salonicco per i Balcani? La considera un tampone, un
contentino. o una finestra seriamente aperta?
La politica
mondiale verso i Balcani è da sempre ridotta alla politica del
"bastone e la carota". Il mondo non capisce i Balcani ed i Balcani
non capiscono il resto del mondo. Poi ci sono dei gruppi di persone
da una e dall'altra parte che sanno di cosa si tratta e abusano
del loro sapere. E' in questo contesto che bisogna guardare
questa carta. Può significare nebbia e luce, la questione è cosa la
farà diventare l'una o l'altra. Noi che viviamo qui abbiamo
poca influenza, L'unica salvezza per questi territori è l'Europa
Unita e farne parte; se ci lasciano a noi stessi ho paura a pensare
cosa succederebbe. tanto è l'odio. La maggioranza della gente è
normale e vuole vivere una vita normale, ma una minoranza molto
rumorosa urla.
Lei fa dire a un
personaggio che se Tito avesse avuto più tempo le cose sarebbero
andate diversamente.
Come ogni
personaggio politico Tito è stato un prodotto di circostanze
storiche. La Jugoslavia è stata il suo capolavoro e come tale,
la cosa più importante per lui. Abbiamo appena superato una guerra
che ha creato stati nazionali, cosa che l'Europa occidentale ha
vissuto un paio di secoli fa. Si tratta di società
relativamente patriarcali dove il padre ha il ruolo principale,
la guida, per cui esiste una certa tendenza ad avere un leader anche
a livello nazionale. Questi popoli hanno un grande bisogno
di personaggi forti ai quali credere. Questa è la mentalità. Se
ne fregano dei partiti o dei programmi partitici. L'uomo è tutto.
Per questo ho scritto che se Tito oggi si alzasse dalla tomba molti
rimarrebbero senza i loro stati. Nel bel mezzo della guerra i Serbi
hanno fatto indossare la sua uniforme a un attore che ha camminato
per Belgrado. La gente è rimasta di stucco, salutava, pregava
per la salvezza, è stato un grande choc, anche se tutti
sapevano che era morto da tempo.
A proposito della
strumentalizzazione dei morti a scapito dei vivi...
Parla da sé il
fatto che fino a oggi a Jasenovac, il campo di concentramento, non
si è ancora stabilito il numero esatto di vittime, che si
aggira dalle 7 alle 70 mila, dipende a chi conviene tutto ciò.
I morti sono eccezionalmente stimati da queste parti, si traffica
continuamente con loro, da sempre. I morti, prima e durante la
guerra, dirigono la vita dei vivi. Nel romanzo Buonanotte
amici, che sarà pubblicato all'inizio del prossimo anno, ho
scritto che questa è la terra dove i vivi non vogliono vivere e
i morti non si lasciano seppellire.
Dire quello che è
accaduto è per lei e per tutti coloro che la sostengono con le
lettere una disperata necessità. Un personaggio del dramma dice:
"Dopo la decima vittima a cui tieni la guerra diventa tua ovunque ti
trovi".
La guerra non
diventa tua, come molti pensano, dopo la prima vittima, anche
se perdi uno dei tuoi cari, semplicemente non riesci a
crederci. II dieci è la massa critica che ti risucchia nel suo
cerchio bellico pazzesco. Secondo me esistono due principali diritti
umani che dovrebbero venir garantiti a tutti: il diritto ad una
vita dignitosa,
ma
anche il diritto ad una morte dignitosa.
Vita e morte
dignitose, vale a dire onorate, sono qualcosa di concreto con cui
confrontarsi, con cui fare i conti quotidianamente, è anche per
questa necessità, il ritorno al visibile, non solo al passato,
che si sta ricostruendo il ponte di Mostar.
Nella guerra non
esistono monumenti, la cultura, I palazzi... niente. Soltanto
le mete che di solito non hanno prezzo. Quando essa finisce
arriva il conto. E allora lo pagano gli altri. La ricostruzione di
cattedrali, ponti... fino alla prossima guerra. E tutto è
"bene” finché c'è qualcuno che costruisce. Ma come ricostruire le
anime di quelli che hanno per sempre impresso uno spazio vuoto che
fino a ieri stava al poste del ponte? Che cosa ci metteranno al suo
posto, Come si sentiranno loro su questo nuovovecchio ponte?
Sfortunatamente. di questo si pensa poco dopo la guerra.
(*) Paola
Turroni vive a Cesena. Tiene laboratori sulla comunicazione e
partecipa a produzioni di teatro e cinema. Animale (Fara, 2000), Due
mani di colore (Medusa, 2003), Il vincolo del volo (Raffaelli,
2004).
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