Nell’opus
letterario di Drazan Gunjaca, pubblicato interamente negli ultimi
due anni (tre romanzi, due drammi e una raccolta di poesie, come
pure le numerose traduzioni e premi), l’ultimo romanzo, Buona
notte, amici miei, ha per me come editore e per questo uno dei
lettori di Gunjaca privilegiati che possono in parte seguire la
stesura dell’opera, un significato particolare sia per il momento
in cui e apparso che per un parziale allontanamento dai temi strettamente
legati alla guerra in Croazia.
Il romanzo esce in un momento in cui Gunjaca come autore di prosa
e drammi, ha ottenuto una notevole affermazione critica, non tanto
in paese quanto all’estero, ed ha attratto l’attenzione di un
pubblico di lettori numeroso per le nostre circostanze, cosa di
cui si possono raramente vantare alcuni scrittori “professionali”
in questi luoghi. Forse tutto questo non sarebbe tanto importante
se Gunjaca non avesse creato questo mondo letterario talmente
riconoscibile dal nulla, ecceto che dalla propria dedicazione
e fede in quello che fa.
Ma proprio quando aveva l’opportunita di godere dei frutti del
proprio lavoro e tentare di sfruttare almeno per un po la buona
o cattiva fama ottenuta (nell’ultimo caso vale il vecchio detto
che la madre dei cretini e sempre incinta), lui si e deciso a
una nuova sfida. Ha lasciato da parte i temi di cui si e occupato
nelle opere precedenti e si e messo a sezionare un gruppo di amici,
conoscenti e vicini generazionalmente vicini a lui, ambientandoli
in una piccola citta di provincia, da qualche parte dove persino
Dio ha detto buona notte.
Come sempre, e aperto e onesto al massimo in questa analisi di
sé e degli altri appartenenti a questo milieu provinciale che
in nessun modo riesce a raggiungere il livello di cultura della
vita giornaliera che oggi si suol definire europea: non cerca
di renderlo piu brutto o piu bello, lo rappresenta semplicemente
cosi com’e, con molta sensibilita per gli importanti dettagli
rivelatori della sua costituzione, del suo assurdo e insensato
allontanamento dai fondamentali valori umani. Buona notte, amici
miei si potrebbe percio definire anche come un romanzo generazionale
con la tesi che l’autore, mi sia permesso di parafrasarlo, senza
un minimo di ipocrisia, senza battere un ciglio, dal profondo
della propria anima, illustra un piccolo mondo ristretto in cui
nessuno si sente bene ma neanche cerca di cambiarlo. Questa e
una storia deprimente e triste di gente che pensa sempre che il
mondo sia migliore da qualche altra parte, ma non si chiede mai
perche e se le cause non siano forse in loro stessi. Naturalmente,
Gunjaca non ha nessuna intenzione di insegnare, moralizzare, fare
analisi psicologiche, in poche parole, di fare l’intelligentone.
Lui e semplicemente un testimone del tempo e del luogo in cui
si svolge la trama, e il cronista degli eventi e non il loro interprete.
L’unica cosa che fa e descriverli dall’interno, come partecipante,
e non dal di fuori, come narratore onniscente. Mi sembra che proprio
questo punto di vista da lui scelto sia la ragione fondamentale
per cui si ha una sensazione di facilita della scrittura mentre
si legge. Sembra quasi che il romanzo si sia scritto da solo,
e che lo scrittore abbia soltanto fatto da mezzo. Gia questo dice
abbastanza sull’abilita letteraria di Gunjaca.
Il modo in cui Gunjaca costruisce ed espone la storia e sulle
tracce del suo stile conosciuto ai lettori: amaro, duro, spesso
grezzo, ma gia nel momento seguente pieno di umorismo (nero),
qualche volta persino sentimentale, con una vasta gamma di sentimenti
e stati d’animo umani. Uno stile di questo tipo dona vitalita
alla prosa adattandola completamente all’ambiente, come pure un
certo ritmo che accelerando e rallentando fa risaltare i singoli
eventi e pensieri.
E’ molto probabile che anche questo romanzo piacera ai suoi lettori
proprio come e piaciuto a me, e spero che invogliera i nuovi lettori
a leggere le altre opere di Gunjaca.
Mr.sc.
Srdja Orbanic