DEPRESSSIONI
Depressioni!
Innanzitutto uno stato d’animo, ma anche del corpo. Odio le depressioni.
Specialmente quelle degli altri. La mia non mi infastidisce piu
di tanto. Alla mia mi abbandono con una dedizione masochista,
sogghignando trionfalmente alla vita e alle persone che mi circondano,
i cui problemi, intenti e desideri oggi non mi tangono perché
nulla piu mi interessa e me ne frego di tutto il mondo. A partire
da me. Se anche certi segni di vita ci fossero stati nel corpo
martoriato, li feci fuori con il terzo tranquillante. Cosi tirai
un bidone allo stomaco, al cuore e ai nervi, che negli ultimi
giorni mesi anni mi avevano portato letteralmente alla pazzia.
Poi finalmente mi aggrappai alla depresione vera, quello stato
in cui non mi interessava se la creatura femminile nella farmacia
ni guardava incredula con curiosita quando per la seconda volta
in giro di pochi giorni tornai a prendere una nuova dose delle
piccole compresse verdi che davano tranquillita. Si, sono per
me, le replicai col fare compiaciuto. Ero riuscito a devastare
sia me stesso che tutti coloro che mi stavano attorno. E non fu
facile. Quanto avevo faticato finché raggiunsi questa perfezione
che non capivo neanche io ma, grazie a Dio, gli altri ancora meno.
E uno per uno mi voltavano le spalle sapendo, anzi piu che altro
intuendo di che cosa si trattasse, pero tra loro e me si era eretta
la paura grande come una montagna, la loro paura che li avrei
tirato con me in questo beato nirvana del nulla, dove non c'erano
priorita, non c'erano termini, accordi, obblighi da rispettare…
Una falsa illusione di certezza che diligentemente costruiamo
finché la vita, per ripicca, non ce la riduce in frantumi come
fosse una bolla di sapone. In realta, con la scomparsa di quest’illusione
nulla cambia, solo che essa non c’e piu; tutti quei minuscoli
tratti della quotidianita fino a ieri accuratamente coltivati
continuano ad esserci, esistono intorno a noi, solo che oggi non
ce ne cale se arriveremo all’appuntamento all’ora stabilita, se
addirittura ci presenteremo e cosa gli altri avranno da ridire
in merito. L’unica cosa che non mi piace in tale stato e incontrare
uno dei pochi amici rimasti che si trovano nello stesso stato
perché le depressioni non si sopportano tra di loro. Si escludono
reciprocamente. Ognuna di loro e del tutto autosufficiente. E
naturalmente, non sopporta l’altra. Le da fastidio.
Entrambi stavamo in silenzio, io bevendo il terzo caffe e lui
chissa quale birra, mentre le nostre depressioni, quasi materializzatesi,
si fronteggiavano dai due lati del tavolo, lottando per il proprio
posto sotto il sole. Entrambi eravamo consapevoli della loro reciproca
intolleranza, per cui gli suggerrii di distribuirle per giorni
pari e dispari, cosi come nella storia recente di queste terre
nei tempi di carestia venivano venduti certi prodotti. A lui l’idea
piacque ma non poteva decidersi tra i giorni pari o dispari. Gli
andavano bene sia gli uni che gli altri. Poi nella sua grande
mente baleno l’idea geniale di distribuire le depressioni per
settimane. Una settimana la sua, quella seguente la mia. D'accordo,
accettai il compromesso, a condizione che la prima settimana fosse
mia. Ma su cio definitivamente non ci trovammo d’accordo. Né lui
né io potevamo vivere sette giorni senza la propria depressione.
Per cui continuammo a fissare ottusamente il tavolo a cui eravamo
seduti, cercando di individuare almeno una soluzione temporanea
visto che non eravamo capaci per qualcosa di costante o almeno
apparentemente piu durevole.
Questa guerra di stelle cadenti aveniva in una stamberga nel centro
di Pola, a cui il suo proprietario Hrvoje diede il nome, né piu
né meno, “Cafe bar exclusive” e nel cui interno “esclusivo” si
poteva tagliare il fumo che attorniava tutti gli ospiti come se
si trattasse dell’ultima sigaretta della loro vita, quella concessa
al condannato a morte poco prima dell’esecuzione, per cui finché
non arrivavano al filtro tiravano accanitamente boccate di fumo
senza badare agli avvertimenti sulla nocivita di tali abitudini
per la loro salute intaccata. E poi lo esalavano condensato e
purificato nell’aria circostante. Gia che ci siamo Hrvoje aveva
seri problemi, per non dire lacune in fatto di grammatica alle
quali, purtroppo o per fortuna, lui non dava troppa importanza.
Ad esempio, in quel nome al “cafe” mancava una “f” perché l'esperto
locale che gli fece l’insegna credeva che si trattase di una parola
croata e che nella lingua croata, fino a prova contraria, non
c'erano parole con lettere “doppie”. Era un po’ sorpreso dell’accento
sulla “e”, ma lo addebito alla civetteria di Hrvoje, per la quale
lui era generalmente noto. Per dire, prima del 1991 e della guerra
che negli primi anni novanta passo per queste terre, lui si chiamava
Jovan ed era di nazionalita serba. Anche questo bar si chiamava
diversamente, pero non ricordo piu come. Poi una notte del 1991
un gruppo di baldi giovanottoni, euforici per l’imminente partita
per il fronte, rasero al suolo il bar con la spiegazione che nel
bel mezzo della guerra di liberazione non poteva certo un Jovan
aspettarsi di far pagare loro il conto di quello che avevano bevuto.
Tra l’altro nel centro di Pola. E a quanto dissero i testimoni
oculari, avevano bevuto parecchio. Vedendo che tenersi un nome
cosi infelice nei tempi ancor piu infelici non contribuiva alla
prosperita degli affari, Jovan quella stessa notte divento Hrvoje,
si schiero con i croati, per giunta con quelli piu duri, tanto
per non sbagliare, prese il cognome della madre, un cognome locale
molto frequente, rimise a nuovo il bar, gli cambio il nome, copri
con la bandiera croata mezza parete, in fretta e furia si procuro
alcuni diplomi delle varie brigate croate con cui veniva ringraziato
per le sue larghe donazioni, li incornicio e appese alla parete
e continuo la sua attivita come se niente fosse accaduto. Forse
non era accaduto niente, chi lo sa. Forse l’uomo in una qualche
vita precedente si chiamava davvero Hrvoje ed era croato, per
cui ora era ritornato a cio che di primigenio c’era in lui, per
cui il cambiamento non era degno di menzione. Tuttavia, il nostro
caro Jovan divento piu patriotta della maggioranza di noi, a cui
tale diritto apparteneva per natura, per nascita, ragion per cui
il nostro patriottismo era per noi fuori questione. Almeno nella
misura in cui non dovevamo pagare i diplomi di ringraziamento
delle varie unita militari, che le distribuivano senza criterio
a chiunque avesse fatto una donazione. Per quanto ricordo, nessuno
mai chiese a Hrvoje quanto gli erano costati i suoi pero viste
le sue origini, nonostante il nuovo nome, lui probabilmente era
costretto ad essere di manica molto piu larga dei “benefattori”
nazionalmente non problematici.
In generale, non c’e bar, panetteria o altro esercizio pubblico
in questa citta in cui alle pareti non siano appesi tali diplomi
di ringraziamento in vistose cornici dorate. Quanto piu i nomi
dei proprietari di questi esercizi sono nazionalmente dubbiosi,
piu diplomi ci sono. Conosco un fornaio, Selim, credo sia albanese,
a cui non sono bastate le unita locali ma ha dovuto allargare
la propria attivita benefica anche nel resto del paese cosicché
ha coperto di diplomi tutta la parte superiore della parete, per
cui sopra il pane appena sfornato, ancora caldo, fanno bella figura
di sé gli attestati di varie brigate che ringraziano vivamente
Selim perché se non ci fosse stato lui, loro non si sa come se
l’avrebbero cavata durante quei difficili e impegnativi anni di
guerra.
E da queste nostre parti, da quando c’e memoria, ci sono sempre
state le carestie, specialmente nei periodi di guerra, quando
i bisogni bellici portavano allo stremo le disponibilita ridotte
degli indigeni, per cui i guerrieri si sono spesso trovati nella
situazione di dipendere da benefattori, che sono divantati tali
per propria volonta o loro malgrado. Ora, e difficile stabilire
i motivi che inducevano queste brave persone a privarsi del loro
denaro, delle loro automobili e di altri loro beni dei quali in
quel preciso momento aveva di gran lunga maggiore bisogno la patria,
perché tutti loro affermavano che si trattava di un atto non imposto
ma volontario e a lungo atteso affinché potessero rendere servizio
al loro stato almeno simbolicamente dato che a causa dei moltissimi
impegni non trovavano il tempo per imbraccaire il fucile e affrontare
l’odiato nemico.
A dire il vero, forse un tale bisogno di questi grandi altruisti
viene in parte giustificato dal fatto che nei Balcani tutte le
guerre, a prescindere da chi le conduce, sono sempre ed esclusivamente
di carattere difensivo e gli stati svaniscono e nascono di riflesso,
per cui in seguito ad esse la situazione territoriale non e mai
quella dell’anteguerra. Vero e che a noi croati cio non dovrebbe
preoccuparci perché, a detta dei nostri governanti, noi dal punto
di vista politico non ci troviamo nei Balcani. Forse in parte
dal punto di vista geografico, ma anche cio verra prima o poi,
con una guerra naturalmente. D’altro canto, uno stato neocostituito,
seppure sullo stesso teritorio e con gli stessi governanti di
prima, come tutto cio che si va sviluppando ha bisogni significativamente
accresciuti finché non si consolida un po’. Poi, quando finalmente
si consolida a spese di parecchie generazioni che hanno dovuto
fare grandi rinunce per placare il suo appetito famelico, impiega
i pargoli di questi asceti per un’altra guerra. E tutto riparte
dall’inizio. Per fortuna c’e carta a sufficienza per i diplomi.
E non mancano neanche gli uomini che non vedono l’ora di investire
i propri beni faticosamente guadagnati in un nuovo progetto di
stato.
Ah, mi sono allontanato dal tema. Involontariamente. Pero, va
bene, tornero di seguito a Jovan, scusatemi – a Hrvoje. Dei diplomi
non dico altro. Ma neanche c’e altro da dire.
Dunque, le depressioni. Forse sono un fenomeno normale raggiunta
la quarantina – sebbene appena agli inizi, tuttavia gli anta sono
qui – specialmente se si vive in un paese appena uscito da cinque
anni di guerra, della quale comincia a riprendersi ma, visto lo
stato delle cose, si tratta di un processo che non giungera a
termine finché io saro in vita. Per giunta, la mia infelice generazione
e stata doppiamente sfigata. Da una parte, anche nel resto del
mondo raggiungendo i quaranta iniziano le prime revisioni della
propria vita i cui risultati finali sono di regola sconfortanti
per i loro protagonisti. Questa e l’eta in cui la maggioranza
delle persone hanno gia alle spalle qualche matrimonio distrutto,
o quello in cui sono impegnati e se non allo sfascio, almeno in
un'autentica e profonda crisi. Quindi, la vita privata in coma.
La vita professionale, in un paese in cui il termine “uomo d’affari”
si identifica con la criminalita o la bancarotta, non vale manco
tentare di analizzarla. Vogliano o no riconoscerlo i nostri geni
economici. Ora, se a cio aggiungiamo, come il sale sulla ferita,
la detta guerra e le sue conseguenze durature, allora questa generazione
e, per dirla semplice, una generazione perduta. Nel tempo e nello
spazio. Irreversibilmente.
Ed e naturale che, quando la vita gioca a dadi in questo modo,
non hai possibilita alcuna in questa battaglia perduta prima di
iniziarla, in cui siamo tutti “carne da macello” delle grandi
idee che negli ultimi anni innondano queste terre. Siamo perdenti,
in un modo o nell’altro. E cosa allora mi rimane tranne che andare
dal mio carissimo medico e lisciargli il pelo ai limiti della
dignita umana affinché mi prescriva tranquillanti in quantita
quanto piu grande possibile, dato che il loro prezzo non e tra
i piu bassi. Cavolo, giacché non riesco ad acquistare le sigarette
con il ticket, e non che non ci abbia provato, allora almeno vorrei
consumare gratis quest’altra dipendenza. Una digressione. In merito
alle sigarette sono arrivato a litigare sul serio con il mio medico.
Se i tossicodipendenti possono venir curati con il metadone, quindi
con un’altra droga solo un po’ piu leggera fornita gratis dallo
stato, perché io la mia dipendenza dal fumo non potrei curarla
con delle sigarette piu leggere, quelle di tipo “light”, a spese
dello stato, chiaro? E sono stato ulteriormente sconcertato dalla
sua incomprensione per il fatto che anche lui soffriva dalla stessa
dipendenza da nicotina. In quest’occasione non mi dilungo sugli
effetti devastanti di un tale suo atteggiamento sul mio ego vacillante,
di cui non rimane piu neanche la “e”.
Ah, si. Esistono anche gli antidepressivi, con i quali mi riprendo
un po’, mi guardo attorno, mi crescono le ali, prendo il volo
e sbatto nella prima barriera invisibile che qui vengono ordinatamente
innalzate a ogni due passi, per cui se supero la prima di sicuro
non manco la seconda. E allora, a cosa cavolo mi servono gli antidepressivi
– per sbattere ancora qualche volta, come se finora non mi avessi
fatto abbastanza male anche senza di essi. Percio la depressione
e l’unica scelta giusta. D’accordo, si tratta piu di un male necessario
che di una scelta, ma fa lo stesso. L’esito finale e uguale, a
prescindere dalle posizioni iniziali, non e vero? Sicché mi rannicchio
nel suo dolce, nebuloso abbraccio e lascio che la vita mi passi
accanto. Sono vivo ma e come se non lo fossi. Un fenomeno da tutti
i punti di vista.
D’accordo, tale stato lo conoscono anche nel resto del mondo,
pero le nostre depressioni sono piu strane rispetto alle loro,
come del resto anche noi. Nelle nostre depressioni sono racchiusi
tutti i sogni finanziari, amorosi e d’altro tipo andati a farsi
friggere come nel resto del mondo, ma da noi tutto cio e condito
con una fine salsa di sangue e sudore, di morti che non si lasciano
seppellire, di vivi che non vogliono vivere, di confini statali
vecchi e nuovi che durante la vita media del poveretto nostrano
cambiano almeno alcune volte, di valori biblici di cui neanche
il Signore tiene piu conto gia da alcuni millenni…
Eh, in quanto alle depressioni il marcio Occidente non puo tenerci
testa. Né in molte altre cose. E’ un altro paio di maniche se
poi loro, offesi perché in queste cose siamo tanto superiori a
loro, le dichiarano riprovevoli, non democratiche, per non usare
certe parole piu pesanti che loro non pensano due volte a usare
e ci bombardano quotidianamente con esse. Mera invidia, null’altro.
E che sia cosi cerca di convincerci ogni nostro nuovo governo,
almeno per quanto mi ricordi. A prescindere dai regimi. Che da
noi sono stati sempre democratici, dalla venuta degli slavi, quindi
anche dei croati in queste terre fino al giorno d’oggi. Almeno
finché sono stati al potere. E il potere e sempre potere. I nostri
governanti, a differenza di quei falliti occidentali, hanno sempre
ragione. Per coloro che la pensano diversamente, il potere trovera
il modo come costringere il miscredente di diventare piu credente
del papa. E che immaginazione che hanno i nostri governanti! Sotto
tutti gli aspetti. Sia quelli del passato che quelli attuali.
Certamente anche i futuri. Con i maestri del pensiero che si ritrovano
non possono fallire neanche volendo. L’uomo comune neanche si
sogna cosa tutto puo venire loro in mente per rendere la vita
dei loro cari sudditi piu sensata. Piu ricca. Nel senso spirituale,
naturalmente. Il nostri governanti se ne sbattono dei prosaici
criteri materiali occidentali e del bisogno di migliorare in questo
misero senso. Cosa ammirabile, in cio tutti finora sono stati
estremamente decisi e implacabili anche se dai politici di regola
ci si aspetta che non si attengano troppo ai principi. Be’, i
nostri in cio sono veramente di massima rettitudine. Se necessario,
inventeranno anche una guerra per soddisfare i bisogni spirituali
della nazione. Addirittura sono sistematici in cio, sebbene altrimenti
la sistematicita non sia una qualita dell’umanita locale…
Sto diventando noioso, vero? Un po’? Troppo? Va bene, allora entriamo
nel mondo del bar esclusivo per vedere di che cosa gli altri riflettono
da alta voce.
“Hrvoje!” grido il mio amico Fabio, quello depresso, dall’altro
lato del tavolino da bar a cui eravamo seduti. “Hrvoje!”
“Che c’e?!” replico infastidito l’altro, un’improbabile personificazione
dell’ospitalita barista. “Che cosa hai, perché urli? Non sono
mica sordo.”
“Be’, se non sei sordo, allora rispondi”, disse Fabio mezzo arrabbiato.
“Ecco, ti ho risposto. Dimmi!
“Dammi un’altra birra!”
“Ecco perché urli”, gli disse Hrvoje in tono d’accusa.
“E cosa vorresti?” gli rispose Fabio ora arrabbiato sul serio.
“Che invece di birra ti chiedessi di recitarmi Baudelaire?”
“Andate in quel paese tu e tuo Baudelaire. Vuoi la birra media
o grande?”
“Grande”, rispose Fabio rivolgendosi a me. “Che diavolo lo ha
preso oggi? Bevo sempre quella grande.”
“Tira lo scirocco”, risposi, giusto per dire qualcosa. “E quando
c’e sirocco, sai che la maggioranza parte di testa.”
“Fabio”, intervenne dal tavolino vicino Ranko, che evidentemente
seguiva la nostra breve discussione, “sai che a Dubrovnik qualche
centinaio di anni fa, lo scirocco veniva considerato un’attenuante
nel caso di omicidio?”
“Da noi negli ultimi anni non c’erano piu le aggravanti nel caso
di omicidio”, disse Fabio iroso. “Potevi trovarti nei guai soltanto
se aiutavi qualcuno. Specialmente se prima non hai studiato il
suo albero genealogico.”
“Eh, cavolo”, borbotto Ranko e si rivolse agli interlocutori al
proprio tavolo.
Ecco, tanto in merito ai discorsi da bar. Anche se, per essere
sinceri, c'erano anche momenti che con la propria lucidita riuscivano
a rendere piu bella la giornata. Erano rari, ma capitavano. In
quel momento entro nel bar Loredana, la moglie di Ranko, che di
solito veniva a questo punto della serata a prendersi la sua vodka
con l’acqua tonica per poi portare Ranko a casa. Siccome i posti
al tavolo di Ranko erano tutti occupati, si sedette con noi.
“Perché lei la servi con tanta sollecitudine?” si rivolse Fabio
a Hrvoje in un tono di sfida.
“Cavolo, lei e patologo”, si giustifico l’altro.
“Che c’entra questo con la qualita del servizio?” continuo Fabio
nello stesso tono.
“Be’, lei sara l’ultima a occuparsi di me”, ribatte l’altro. “Voglio
dire, lei sara l’ultima a vedermi nudo.”
“E che importanza puo avere, visto che a quel punto sarai gia
morto”, borbotto Fabio infastidito.
“Comunque, la cosa mi mette a disagio”, rispose Hrvoje. “Gia da
ora.”
“D’accordo, visto il tuo aspetto apollonico, riesco a capire il
tuo disagio”, disse Fabio a mo’ di scusa accettando in parte i
suoi motivi. “Ma”, si rivolse a Loredana, “volevo chiedertelo
da tempo, pero mi dimentico ogni volta. Perché Ranko non viene
a prendere te, ma sei sempre tu a venir prendere lui?”
“Per non scambiarlo per uno dei propri pazienti”, intervenni io.
“Ti ho sentito”, mi ammoni Ranko.
“Come potrai tagliuzzare Ranko dopo morto?” continuo Fabio.
“Facilmente”, ribatte lei tranquilla. “Visto quanto e vivace da
vivo, difficilmente potro notare la differenza.”
“Ho sentito anche te”, intervenne di nuovo Ranko.
“Se la mia ex moglie lavorasse in patologia, per la prima cosa
mi toglierebbe il cuore e poi lo pesterebbe con i piedi per alcune
ore”, gli fece eco Hrvoje. “Per ogni evenienza.”
“Normale visto che l’hai lasciata all’ottavo mese di gravidanza”,
lo punzecchio Fabio.
“Merda, non potevo farlo prima se appena a quel punto ho scoperto
di non essere io il padre fortunato”, disse scrollando le spalle.
“Come mai te lo ha confessato?” chiese Fabio incuriosito.
“Messa di fronte agli argomenti, non aveva scelta”, rispose Hrvoje.
“Che tipo di argomenti?”
“Fisici.”
“Ah!” commento Fabio. “Posso capirlo. E ora, ti manca?”
“Lei?” rispose Hrvoje con un’altra domanda e continuo. “No. Pero
mi manca immensamente il suo pettine.
“Il suo…che?” rispose Fabio sbalordito.
“Pettine”, ripete Hrvoje. “Sai, uno di quei pettini da donna,
lungo mezzo metro. Su un’estremita i denti, né troppo pungenti
né troppo spuntati. Perfetti. E poi io la sera rientro stanco,
mi ficco nel bagno, prendo questo miracolo dentato in mano e comincio
a grattarmi. Eh, quello si che era un piacere. Se lo ha portato
dietro. E ora mi manca davvero. Adesso ogni sera il prurito mi
fa impazzire, e diventato cento volte peggio di prima, come se
sapesse che il pettine non c’e piu. Tanto che comincio a sudare
e mi gratto contro gli spigoli della porta, ma e tutta un’altra
cosa. Niente a che vedere con il pettine. Ah! Non dimentichero
mai quel pettine.”
“Cazzo!” fu l’unico commento di Fabio.
“Fabio”, disse Loredana, “ho sentito dire che ieri hai festeggiato.”
“Eh, si”, confermo lui felice di non dover piu discutere del pettine
di Hrvoje. “Dopo dieci anni di tribunale finalmente sono riuscito
a divorziare anch’io. E pensare che ho intrapreso la causa all’inizio
della guerra. E’ finita la guerra, e passato anche il quinto anniversario
della sua fine, ma il mio matrimonio non si arrende. Tutto ha
una fine, tranne esso. Avevo gia abbandonato ogni speranza quando
ieri ho ricevuto la sentenza che finalmente e trapassato alla
miglior vita. Ora, visto che questo tuo mi rappresentava”, continuo
indicando Ranko, “mi e andata anche bene.”
“Be’, e come vuoi che ottenga il divorzio, razza di fallito, quando
fino a poco tempo fa vivevi con lei nello stesso appartamento”,
si ribello Ranko.
“Cosa c’entra?” gli chiese Fabio.
“Niente, eccetto che lei continuava ad affermare che ti ama, che
regolarmente scopate e che non ha idea perché tu voglia divorziare”,
disse Ranko inviperito. “E visto che non abbiamo potuto organizzare
che qualcuno vi tenga la candela e constati il contrario, tutto
si e ridotto alla tua parola contro la sua. E dopo tre anni di
causa tu davanti al giudice confessi che la maggior parte della
notte precedente l’hai passata tra le sue cosce, o te lo sei scordato?
”
“Si, pero ho sottolineato in maniera forte che ero ubriaco e che
lei ha colto le palle al balzo”, non cedeva Fabio.
“E cosi ogni anno per svariate volte”, ribatte Ranko. “Tanto quanto
e durata la causa. E se di recente non moriva il tuo patrigno
e non tornavi a vivere con la madre, non divorziavi vita natural
durante.”
“Questi avvocati sono completamente partiti”, disse Fabio a bassa
voce a Loredana e a me. “E’ cosi anche con te?”
“Terribile”, disse Loredana calma. “Ogni volta che fa buca, e
piu passano gli anni piu spesso gli succede, alla fine e sempre
mia la colpa della sua inefficienza.”
“Ehi, lasciatemi in pace”, ci sgrido Ranko. “Come se non bastasse
di per sé questo giorno.”
“Perché?” gli chiese Fabio.
“Tutto il giorno cerco di incassare almeno qualche piccolo debito
dai tanti debitori, ma tutti quelli che chiamo sembrano svaniti
nel nulla. Nessuno risponde. Incredibile! Come se sapessero che
oggi li chiamo per la restituzione del debito, nessuno risponde,
nemmeno si trattasse di vita o di morte. Pero fino a ieri potevo
trovarli in qualsiasi momento.
“Eh, vecchio mio”, intervenni, “sotto questi nostri cieli infelici
tutti hanno sviluppato alla perfezione il settimo senso che reagisce
ai creditori. E cosi il tuo caro debitore tu lo puoi trovare in
qualsiasi momento del giorno e della notte finché non decidi di
incassare il debito. Ognuno di loro intuisce grazie a questo senso
miracoloso la tua intenzione con un giorno di anticipo, per cui
a te non resta altro che startene a piangere per il destino avverso.”
“Devo cambiare strategia”, disse Ranko pensieroso.
“L’unica soluzione e quella di scordarti dei debiti”, lo punzecchio
Fabio.
“Grazie di cuore per il tuo suggerrimento”, ribatte irritato.
“Fabio,” interruppe la loro discussione Loredana, “il tuo nuovo
libro vedra finalmente la luce del giorno o no?”
“Per ora e condannato solo alla luce della lampada di 75 wat nella
mia cameretta,” rispose.
“Perché?” continuo lei.
“Perché, a sentire il parere del mio editore, e venuto bene dal
punto di vista letterario, per cui in quanto al valore letterario
andrebbe sicuramente pubblicato.”
“E? Dove allora sta il problema?”
“Nel fatto che lui pubblica per la gente, ovvero per i lettori,
e non gliene frega un fico secco della buona letteratura. Ha colto
l’occasione di consegnarmi una copia di ‘Sesso nella citta” con
il suggerrimento piu che benintenzionato di studiarmi attentamente
cosa oggi vende.”
“E che farai adesso?” chiese Loredana incuriosita.
“Lascio tutto come era, solo aggiungo in ogni capitolo alcune
pagine di sesso violento.”
“Be’, come riuscirai ad armonizzarlo con cio che hai gia scritto?”,
era il mio turno di soddisfare la curiosita.
“Faccendo violenza al testo”, disse lui pacato. “Te l’ho detto
che si tratta di sesso violento, non di quello normale.”
“A me farebbe bene di qualsiasi tipo”, commento Loredana.
“Ti ho sentito”, si rifece vivo Ranko.
“Chi dice che la cosa deve avere a che fare con te”, ribatte lei.
“Sto parlando dei vivi, non dei morti.”
“Negli ultimi anni del mio matrimonio la mia moglie aveva continuamente
il mal di testa, per cui cio che c’era di fisico tra di noi, non
saprei come definirlo”, intervenne Fabio alzandosi e avviandosi
verso la toilette. “Non ho messo in conto quelle poche volte quando
per le necessita della causa ha sfruttato senza scrupoli il mio
corpo mentre io ero in stato d’incoscienza.”
“Meglio in qualsiasi che in nessun modo”, disse Loredana tra i
denti, a se stessa, e continuo. “Be’, Ranko, gia che ci siamo,
come stai di salute stasera?
“Mi fa male tutto, non solo la testa”, rispose in fretta.
“E come la mettiamo con i diritti matrimoniali?”, lo rimprovo
lei. “Diritto di…
“…amare””, la interruppi.
“Eh, si”, consenti, “si potrebbe dire anche cosi. Per certi andrebbe
prescritta per legge la realizzazione di tale diritto almeno una
volta al mese. Nel senso fisico, chiaro. ”
“Ehi”, intervenne Ranko imbestialito, “questa non e la nostra
camera da letto bensi l'osteria.”
“Non e un’osteria ma un caffe bar”, si oppose Hrvoje di ritorno.
“Ah si, con l’accento sul suo charme tutto francese”, gli disse
Ranko incattivito.
“Fabio scoppiera di tosse”, disse Hrvoje ignorando il commento
di Ranko, mentre stava ascoltando i rumori provenienti dalla toilette,
un misto di tosse e ansamento. “Fabio, sei vivo?” grido attraverso
la porta. “Ho bisogno anch’io.”
“Aspetta!” grugni da dentro la toilette. “Solo che rimetta a posto
i polmoni.”
“Cavolo, questo e finito”, borbotto Hrvoje torcendosi davanti
alla porta. “Liberati di catarro la mattina, come tutti gli altri.”
“Questa fase l’ho superata”, sibillo Fabio uscendo dalla toilette
giallo e verde in viso. “Adesso posso farlo a ogni ora del giorno
e della notte.”
“I Monopoli dello Stato ti potrebbero pagare almeno le spese del
funerale quando tra poco crepi”, borbotto Hrvoje spingendo Fabio
per entrare quanto prima nella toilette.
“Se almeno facessero sconto a coloro che fumano piu di due pacchetti
al giorno," si lamento Fabio ritornando al tavolo.
“Se continui cosi, in breve tempo verrai da me per una visita
di lavoro,” gli si rivolse Loredana guardandolo.
“Me ne frego”, ribatte lui controvoglia. “Almeno sapro di che
cosa sto crepando e non come Ivan, un mese fa: lo ha fregato il
cuore, e non ha acceso una sola sigaretta nella sua vita. Era
vegetariano, vero?” mi chiese.
“Non ho idea”, sbuffai. “Ma lui non e morto in seguito in un incidente
stradale? Si e addormentato al volante e cosi si e fregato, o
qualcosa del genere?”
“Giusto”, confermo Fabio. “Pero, se avesse fumato, non si sarebbe
addormentato al volante. Sai quello slogan: ‘Con la sigaretta
non sei mai solo’. Ecco, vedi, fumando sarebbe rimasto sveglio,
avrebbe vissuto per altri venti e passa anni e poi sarebbe crepato
di cancro ai polmoni o di infarto come tutta la gente normale.”
“Fabio”, si rifece vivo Ranko, “non conosco nessuno che abbia
una filosofia della vita tanto contorta quanto la tua.”
“Né io un altro avvocato con la mente tanto contorta”, non gliela
diede per vinta Fabio.
“Cosi mi ringrazi per dieci anni di tentativi di farti divorziare
senza la parcella”, obbietto l’altro.
“Ti consiglio vivamente di non vantarti di cio in giro se vuoi
continuare ad esercitare questa professione”, continuo Fabio.
“Eh, questa e la goccia che ha fatto traboccare il vaso”, disse
Ranko infuriosito. “Dopo tutto cio che ho…”
“Dai, calmati”, sorrise bonariamente Fabio, il cui viso riprese
il colorito. “Sai qual e il problema con le gocce che fanno traboccare
il vaso? Non sai. Quando si trasformano in fiotti quotidiani che
spruzzano senza controllo in ogni direzione, come nel mio caso.
Percio calmati e non ti infiammare per ogni idiozia che dico.”
“Eh, merda”, disse Ranko pervaso di malumore, scrollando impotente
le spalle.
“Per questa sera ne ho abbastanza di tutti voi”, interruppe questa
vuota discussione Loredana. “Ranko, alza le chiappe, andiamo a
casa, sono stuffa di questo buco per oggi. Vista l’atmosfera,
potevo rimanere al lavoro.”
“Eh, pero li non c’e vodka con l’acqua tonica”, ribatte Hrvoje.
“Questo lo credi tu”, rispose lei. “Immaginati freddo, sul tavolo
da noi. L’hai fatto? Si? Bene. E ora prova a pensare chi potrebbe
tagliuzzare uno come te in uno stato di piena coscienza.”
“Uffa”, disse Hrvoje con un'espressione schifata. “Mi hai rovinato
la giornata fino in fondo.”
“L'ho rovinata anche a me stessa”, mormoro Loredana alzandosi
in piedi e andandosene.
Ranko la segui barcollando. Osservai stancamente il profilo giallastro
e non rasato di Fabio, piu precisamente la sua barba che si faceva
due volte al anno, cosa che per lui era gia diventata abituale,
per chissa quali motivi. Dubito che nemmeno lui li sapesse. Dopo
di che la lasciava ricrescere, tutta brizzolata, sebbene cio non
si notasse troppo perché ingiallita dal fumo delle sigarette.
Questa era un’altra ragione perché non poteva smettere di fumare.
Infatti, a causa del fumo la sua barba non era bianca, ma aveva
uno strano splendore bruno dorato che lo faceva sembrare, a suo
parere, molto piu giovane. Lui invece si mise a seguire disinteressato
le notizie sportive alla tv che si trovava in alto in un angolo
del bar e che era regolarmente accessa per tutto l’orario di lavoro
del bar, dall’apertura alla chiusura. Uno di quegli oggetti che
per il puro fatto di esistere diventano familiari senza che uno
si renda conto perché e per il quale, se qualcuno un giorno lo
rimuovesse, si sentirebbe come se fosse scomparso un avventore
abituale, solo che non potrebbe ricordarsi quale. Dubito che qualcuno
degli avventori del bar avesse alba di cio cosa veniva trasmesso
in tv, esclusi gli slalom di Janica Kostelic, della quale naturalmente
tutti erano tifosi sfegatati. Se non per altra ragione, allora
almeno per il modo in cui aveva raggiunto il successo nel mondo
dello sport, grazie a immense rinunce e fatiche.
Vero e che dalle nostre parti tutti si guardano bene dall’intraprendere
una tale avventura esistenziale, ma e bene sapere che esiste anche
una simile possibilita, nel caso malaugurato si rendesse necessaria.
E fino all’eventuale tentativo di qualcuno di fare qualcosa di
simile in qualsiasi campo non gli resta altro che vivere i successi
di Janica come fossero suoi. La nostra Janica. Ecco, chi dice
che non ci sia alcuna utilita dalla nazione. Ci si puo sempre
identificare con un suo appartenente di successo e soddisfare
quel po’ di ego nascosto. Non c’entra se si sventola con la bandiera
da spettatore o da vincitore sul trono, cio che importa e che
qualcuno ha fornito l’occasione di sventolarla. E sventolare con
la bandiera lunga alcuni metri in una localita sciistica di grido
davanti a tutti quei ignorantoni internazionali mostrando loro
che noi, perché Janica e tutti noi, quindi che noi volendo possiamo
fare meglio di tutti i loro numerosi team di esperti strapagati
messi assieme, questo si che e un piacere per il quale la maggior
parte dei bipedi locali si venderebbero anche quel poco d’anima
che sono riusciti a conservare di fronte alle tentazioni a cui
essa viene quotidianamente sottoposta in queste nostre lande deserte.
L’ho gia detto che per i miei compatriotti i valori spirituali
della nazione sono molto piu importanti di tutti i beni materiali
di questa terra. Tuttavia, i meriti per tanta spiritualita non
spettano a loro bensi alla saggia politica nazionale che ha fatto
di tutto e di piu affinché nemmeno li sfiorasse l’idea che con
il proprio lavoro avrebbero potuto aspirare a qualcosa di piu
che alla mera sussistenza. E allo sventolamento della bandiera.
Naturalmente, come per tutte le regole anche in questo caso esistono
delle eccezioni. Nel nostro caso si tratta di coloro che in questi
ultimi anni hanno inaspettatamente approfittato della situazione
anche secondo i parametri di ricchezza occidentali, i quali non
vogliono rinunciare a quanto procacciato neanche a costo di vari
anni di carcere, che veniva loro cordialmente promesso dall’attuale
governo prima delle elezioni e della vittoria elettorale. Ma quando
poi le elezioni sono passate, i nuovi governanti hanno capito
di punto in bianco che chi aveva il denaro aveva il potere, anche
se non era al governo, perché con i soldi si puo comprare tutto,
specialmente il potere e l’influenza, per cui a ragione hanno
preso di mira il popolo ottuso, come chi li ha preceduti, non
capacitandosi come mai il popolo non riuscisse a capire e ad accettare
un fatto tanto semplice e lampante. Bensi continuava a scocciare
e a tirarli in ballo per le loro nebulose preelettorali. Chi poteva
essere tanto pazzo da stare ad ascoltare e addirittura da credere
alle fatamorgane preelettorali, si chiedevano loro sbalorditi.
Noi, echeggiavano per valli e monti le voci di milioni di appartenenti
alla nazione eletta, voci dei cittadini che tiravano a campare
accanto agli eletti. E lo stesso identico problema con il popolo
lo aveva anche il governo precedente. E’ strano questo rapporto
tra il potere e il popolo. Si amano tanto e si capiscono prima
delle elezioni, e dopo come se non avessero mai avuto a che fare
l’uno con l’altro. Anche se dopo le elezioni entrambi dell’altro
non sono venuti a sapere niente che non sapessero o non avessero
potuto sapere anche prima delle elezioni. E adesso va tu a capire
questa cosa.
“Janica oggi ha vinto di nuovo”, mi scosse Fabio dalla mia riflessione.
“Bravissima. Questo va festeggiato. Hrvoje, un altro bicchiere.
Dovevo fare dello sport, forse avrei combinato qualcosa nella
vita, invece che mettermi a fare cultura. Dovevo occuparmi di
qualcosa dove esistono parametri esatti, indicatori di successo,
come Janica: in tanti secondi arrivi o non arrivi al traguardo,
e non ci sono inghippi di sbieco. Invece qui puoi arrivare o no
al traguardo, nessuno se ne frega. In verita qui il traguardo
non c’e. Soltanto centinaia di sentieri per i quali girovagano
casi persi come me, che poi arrivano al loro colle e da li urlano
a squarciagola per coprire in qualche modo la voce di coloro che
stanno sui colli circostanti. E da tanto urlare l’uno non comprende
cosa svanvera l’altro.”
“Ma tu riesci a guardare, ad ascoltare alcunché senza metterlo
in relazione con la tua persona?” gli chiesi con malizia.
“Riesco, ma qui le analogie si impongono da sole”, borbotto. “Volendo
o non volendo. A mio svantaggio, chiaro.”
“Buon uomo, liberati una buona volta da queste tue frustrazioni
o accettale finalmente.”
“Come me ne libero?” alzo la voce. “Non mi sono aggrappato io
ad esse, ma il contrario. Esse governano la mia vita, io non le
controllo. Non sono stato io a crearle e a definire le loro dimensioni,
ma altri. Io soltanto mi sono trovato impelagato in esse, perché
il mio campo di lavoro, d’interesse si trova in esse. Quindi,
non avevo alcuna scelta.”
“Andra meglio”, risposi laconicamente.
“Quando?” disse irato.
“Che ne so”, sbottai. “Tra dieci, quindici anni? Forse!”
“Guarda qui l’ottimismo personificato”, si accese. “Tra dieci
o quindici anni, se saro ancora vivo, mi servira soltanto un appartamento
al pianterreno lontano dalla farmacia non piu di trenta metri.
E per giunta la farmacia non dovra essere dall’altra parte della
strada, per non doverla attraversare perché…”
“Va bene”, lo interruppi, “le condizioni di vita e di lavoro sono
frustranti. Questo vuoi dire. Per cui e normale che un tale lavoro
produca le sue frustrazioni nell’ambito di quelle esistenti, generali,
oggettive o come diavolo vogliamo chiamarle. Fa lo stesso. Pero,
giacché le cose stanno cosi, sei abbastanza intelligente e realista
da percepire questo fatto e accettarlo come immutabile e quindi
da trovare il modo ci conviverci.”
“Ah”, era il suo turno per dimostrare un po’ di cattiveria. “Tu,
intelligente e realista, come il Signore ti ha creato, questo
lo hai naturalmente capito e adesso vivi in armonia con tutti
i tuoi fattori oggettivi, vero? Il che si vede in modo particolare
nelle lettere che fino a poco tempo fa ancora le scrivevi. O che
cercavi di scriverle, il che e anche peggio.
“Andate in quel paese tutti insieme, tu, i fattori, le lettere
e questa discussione.”
“Ha, ha, ha”, rise compiaciuto. “Hrvoje, vuoi finalmente portarmi
da bere o no? Senti, Hrvoje, tu come stai con i tuoi fattori oggettivi?”
“Con che cosa?”, lo fisso altro preso di sprovista.
“Con i fattori oggettivi che delimitano il tuo campo d’interesse”,
spiego Fabio.
“Bene”, disse a denti stretti il fattore. “Soggettivamente li
mando mentalmente, a bassa voce, in malora subito di primo mattino,
quando mi sveglio da eroe, e oggettivamente essi mi fregano implacabili
non appena apro la porta di questo buco. E continuano a martoriarmi
finché non chiudo gli occhi e non sprofondo nel sogno del giusto.
La risposta ti soddisfa?”
“Ma guarda te un po’”, disse Fabio pensieroso guardando Hrvoje.
“Dovro passare un po’ piu di tempo in tua compagnia.”
“Difficile”, replico Hrvoje. “Solo traslocando completamente a
casa mia. E nessun uomo, a prescindere dai suoi peccati di fronte
a Dio e agli uomini, merita una tale pena, quindi neanch’io.”
“Grazie”, mormoro Fabio, il cui umore dopo il commento di Hrvoje
divento ancora piu nero.
“Non c’e di che”, rispose. “A tua disposizione.”
“Senti”, Fabio si rivolse a me, “vogliamo non aprire piu bocca
stasera.”
“D’accordo”, accettai.
“Eh, merda”, sbuffo soffiando al dito che aveva appena ustionato
con la sigaretta.
“Ti sei attenuto all’accordo molto a lungo”, colsi l’occasione
di rimproverarlo.
“’Merda’ non e una trasgressione. E’ una specie di sospiro, gemito,
invocazione, la definizione piu breve di uno stato spirituale
incarognito, qualcosa simile…”
“Chiudi il becco!”
“Va bene.”
LA PRIMA LETTERA
Pola,
24 dicembre 1991
Cara…
Dio mio! Non so come chiamarti! Non so come chiamare la donna
accanto alla quale fino a ieri mi svegliavo, con cui bevevo il
primo caffe mattutino, pianificavo il resto dei miei giorni, della
mia vita… Non posso chiamarti per nome perché cosi mai ti ho chiamato,
e d’altro canto mi sembra fuori luogo sdolcinare come facevamo
finché eravamo ancora vivi. Credimi, ho paura di scrivere alcunché,
come se con queste parole innocenti potessi determinare il futuro,
i giorni a venire… Ho paura di tutto. So che conserverai questa
lettera, so che un giorno la leggeranno i nostri figli, per cui
a momenti mi sembra di scrivere una replica alle accuse non dette,
che pero un lontano giorno entreranno in vigore e io dovro rispondere
che cosa intendevo con ogni singola virgola della lettera… No
riesco a sottrarmi alla sensazione che mi sto giustificando per
qualcosa a cui non e possibile dare una giustificazione. E non
so di che cosa si tratta! E non so chi e l’accusato! Se l’accusato
sono io, quali sono i capi d’accusa? Perché sono stato messo sul
banco degli imputati? E dove sei tu in questa storia a rovescio?
In verita, non so cosa sia tu per me. O, meglio, non so piu niente.
Né di me, né di te, né di noi. Non so nemmeno se siamo esistiti
insieme o tutto e stato un sogno bello ma fuggente. Come tutto
cio che e bello. In fine, non so neanche di che scrivere! Pero
una cosa la so. Qualsiasi cosa scriva sara in piena sincerita,
a prescindere quanto doloroso possa essere.
Ecco, per iniziare confesso che gia un mese fa ho ricevuto la
tua cartolina dall’Australia con l’indirizzo dell’alloggio dove
tu e i ragazzi vi siete sistemati e che tutto questo tempo cercavo
il coraggio di scrivervi. Potrei ricorrere alle piccole menzogne
banali ma spesso indispensabili e scriverti che l’ho ricevuta
appena ieri, perché chi puo sapere quanto ci metta la posta ad
arrivare vista la follia dei tempi che viviamo, ma perché poi
ricorrere a una tale menzogna? Per chi di noi essa possa avere
un valore, un significato? Insieme a tutti gli altri, ci siamo
privati anche di questo diritto. Semplicemente non ha senso. Finito
tutto, possiamo almeno permetterci l’assoluta sincerita, visto
che tutto il resto ce l’hanno sottratto.
Finché vivro non dimentichero quel giorno quando di pomeriggio
ho controllato per caso la cassetta delle lettere scoprendo che
dentro c’era qualcosa. L’ho aperta e vi ho trovato la tua, la
vostra cartolina. Ah, si, finalmente ho riparato la serratura
di quella vecchia cassetta, dopo che per anni me lo facevi presente.
E sai perché l’ho fatto? Per paura che qualcuno non prendesse
quella cartolina, non la buttasse, strappasse. Perché sapevo che
sarebbe arrivata, prima o poi. Che ci vuoi fare, la paura e evidentemente
il movente di tutto, quindi anche di cio. E sulla necessita di
prendere in queste terre tutte le precauzioni del caso abbiamo
imparato tutto, vero? E in fretta. In pochi mesi.
Gesu, cosa hanno fatto delle nostre vite. Solo sei mesi fa noi
avevamo una vita, e poi da oggi al domani ce l’hanno rubata. Ricordo
ogni dettaglio inerente la tua partenza con i ragazzi, quando
te ne sei andata temporaneamente dai tuoi genitori in Serbia,
al massimo per un mese. E guarda ora. Mio figlio ha iniziato la
prima classe in un paese lontano, in una citta lontana, dei quali
non so scrivere correttamente i nomi se non li controllo lettere
per lettera. La figlia dira le prime parole in chissa che lingua.
Non sara capace neanche di rivolgermi la parola. Se mai piu ci
rivedremo. Abbi cura dei miei due angeli innocenti.
Qui stasera e la vigilia di Natale, domani e il Natale, cattolico,
mio, che per me non esiste piu. Natale con i tuoi… una festa della
famiglia. A me il mio me l’hanno sottratto. Non so perché l’hanno
fatto e che se ne fanno del mio Natale, pero ora ce l’hanno. Adesso
e solo loro. Io lo festeggio guardando le foto, scrivendo queste
righe, cercando di non perdere la testa, di portare la lettera
alla fine senza crollare. Senza lacrime. Sai che non lo sopporto.
Una sola lacrima mi fa venire il mal di testa che dura per giorni.
Pero lo stomaco brucia. Non da tregua. Quando la situazione diventa
grave, me ne vado nel bagno e mi rannicchio accanto alla vasca
in attesa che passi. Non so perché proprio li, pero in qualsiasi
altro posto e ancor peggio. Sara che mi sembra che li e rimasto
piu che altrove. Li nell’armadietto ci sono ancora i tuoi profumi,
i tuoi cosmetici, altre minuzie come quelle cose per legare i
capelli, non so come si chiamano… Le sigarette non le conto piu
da tempo, da quando sei partita. Non ho smesso di fumare. E come
potrei quando null’altro rimane nelle notti in cui il sogno non
si cala sulle palpebre stanche, non solo mie. Non cala su tutto
il quartiere in cui abito, lo evita. Come anche la maggior parte
di questo triste paese.
Sento le campane del duomo che risuonano a mezzanotte. Cosa direbbe
il bravo vecchio Hemingway se ora stesse seduto con me ad ascoltare
il loro suono che trapassa i muri, le ossa, il cervello… Appena
adesso comprendo la sua fine. Sai, non ho riso da quando siete
partiti. Non c’e motivo. A volte prendo la chitarra, la tengo
in mano ma non suono. E cosa dovrei suonare? Ora sto ascoltando
Moody Blues, la nostra canzone, Nights in White Satin, e penso:
con che raso sono state coperte le nostre notti? Di sicuro non
bianco. Nero, opaco, insanguinato…
Certi amici mi hanno invitato al pranzo di Natale ma ho rifiutato.
Non riesco a sopportare quegli sguardi pieni di compassione, non
voglio essere compatito. Non ne hanno diritto. Qui gia gira voce
che sei fuggita con i ragazzi dai tuoi in Serbia, che abbiamo
divorziato. Mi consigliano di trovare il modo di riportare qui
i figli affinché non li allevino gli xenofobi serbi… Come al solito
mia madre e in testa ai buoni consiglieri. Per fortuna vive lontano
da questa citta. Non si sa di che morte morire. Di te tutto il
male possibile e impossibile. Anche quelle che fino a ieri erano
tue amiche con cui hai preso il caffe centinaia di volte. Alcune
le ho mandate in malora, ma poi mi sono stancato ed ho cominciato
ad evitare la gente. Di regola sono o nell’appartamento o nella
caserma. I miei genitori sono letteralmente impazziti: il padre
e dalla mia parte e della madre ti ho detto: o urla o piange.
Dice che per la vergogna non puo uscire in strada. Io le ho detto
che era anche tempo che se ne stesse un po’ a casa, ma a quel
punto e uscita di testa. Da quel momento non mi ha rivolto piu
la parola. Le ho inoltre detto che per fortuna ha anche un altro
figlio che ha sposato una croata, purtroppo solo temporaneamente.
Mio fratello ha divorziato alcuni mesi fa. Per cui puoi immaginare
come si senta lei laggiu in Dalmazia, dove i venti di guerra sono
diventati arroventati. Di colpo e rimasta senza tutti e quattro
i nipoti. In parte per nazionalita sbagliata, in parte per mancanza
d'amore. Il fratello dice naturalmente che ho il suo sostegno
incondizionato. Pero vorrei sapere in che? Esiste un mio traguardo
futuro per cui avrei bisogno di sostegno di qualcuno?
Parlo a vanvera, vero? E che ci posso fare? Non sono mai stato
bravo a scrivere, era il tuo dominio. In questi giorni ho riletto
per chissa quale volta quelle magnifiche poesie d’amore che mi
hai scritto ancora prima di sposarci. Guardo i tuoi abiti appesi
in ordine nell’armadio e ogni volta mi sorprende la sedia vuota
accanto al comodino, quella su cui deponevi gli abiti indossati
durante il giorno. La mattina mi sveglio ed e la prima cosa che
vedo sperando che proprio quella mattina su di essa apparira il
tailleur, la camicia che la sera precedente hai tolto. Invano.
Due volte l’ho portata via dalla camera da letto per poi riportarla
al suo posto. Non posso farne a meno anche se vuota. E’ stato
come rimuovere una parte di te. Infine non ce la facevo piu e
ho cambiato camera, ora dormo sul divano nel soggiorno.
Nella camera dei ragazzi non entro piu. Non ne ho la forza. Ho
passato una sera la dentro e sono diventato mezzo matto. Il giorno
dopo al lavoro ho combinato un vero casino ed e mancato poco che
non mi cacciassero dall’esercito. E’ meglio che non ti dica cosa
e successo. Quelli non capiscono assolutamente niente. Loro tutto
il giorno non fanno altro che parlare della patria, del sacrificio
per la patria, per cui quel giorno ho chiesto al mio superiore:
i miei figli hanno diritto a questa patria? Almeno a meta patria,
a quella parte che spetta loro in quanto miei figli? E come intendono
di definire questa meta? Che diritto alla patria e questo se e
solo a meta? A quel punto lui mi ha risposto strafottente che
dovevo prima stare attento chi sposavo se non volevo che oggi
i miei figli fossero dei mezzisangue, al che io ho visto rosso
e gli ho mollato uno di quei cazzotti che cambiano i connotati.
Questo e stato l’inizio. Se non ci fossero stati gli altri, lo
avrei ucciso. Sono riuscito a tirarmi fuori dai guai per un pelo.
Ecco, cosi passo le giornate. In equilibrio ai margini della pazzia,
pendendo pericolosamente dalla parte sbagliata, anche se qui puoi
pendere da qualsiasi parte, nulla cambia. Mi guardo allo specchio
e mi chiedo: chi sono? Croato, dalmata, una volta ufficiale dell’ex
Marina militare jugoslava, oggi ufficiale della Guardia popolare
croata, perché e cosi che si chiama questo esercito. E a nessuno
interessa altro. Nessuno si chiede se sono anche padre, che ne
e dei miei figli, della mia moglie, della mia vita privata? Cio
non esiste. Tutto cio che e privato viene abolito. C’e la guerra,
E la guerra e la giustificazione per tutte le assurdita, compresa
quella maggiore, la mancanza di umanita. L’amore non deve essere
neanche menzionato, escluso l’amor patrio. In guerra solo questo
amore viene riconosciuto.
Sto leggendo l’ultima tua frase sulla cartolina, aggiunta a lettere
minuscole, quasi illeggibili: “Sei ancora mio?”.
Nei prossimi giorni parto per il fronte.Ho paura. Di tutto. Delle
uccisioni, della morte, di tutto. Scrivimi a prescindere se tornero.
Scrivimi dei ragazzi, di come vi siete sistemati, che fa mio figlio,
se chiede di me, cosa gli rispondi, se la figli ha cominciato
a parlare, scrivimi tutto. Non lasciare che mi dimentichino. Questa
sarebbe la pena maggiore di tutte le morti che mi aspettano in
agguato al fronte. E io ti rispondero non appena torno. Anche
se non torno, ti rispondero lo stesso. In un modo o nell’altro.
Scrivimi.