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La roulette Balcanica
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libro on-line
- al posto dell'
introduzine
- sul dramma
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nota del redattore
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Andrea
Camilleri
"Un
tragico dialogo senza uscita, come un duello fino alla morte,
sull'assurdita' dei conflitti e della guerra."
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LA
GUERRA PROGRAMMATA
Di Gianna Dallemulle Ausenak
(LA BATTANA, Fiume, n.148)
E
difficile trattare argomenti riguardanti la guerra nei Balcani
senza dibattersi in un groviglio di sensazioni e un carico
di significati emotivi che rende difficile il resoconto
delle vicende. L’autore ci riesce perché i suoi presonaggi
fanno i conti dal “di dentro” degli avvenimenti e delle
conseguenze intrinseche alla follia bellica. Sin dal principio
della piéce, in un mondo in cui tutto é confuso e capovolto,
il confronto con la nuova realta é un dramma umano insostenibile,
per cui la ricerca di una soluzione sensata appare come
un gioco estenuato e impossibile.
Come tutte le guerre (in buona parte dimenticate – importa
a qualcuno del genocidio in atto nel Congo, ad esempio?),
anche quella dei Balcani e stata progettata. Un paio di
manigoldi criminali ha convinto il mondo che l’odio tribale
era una prerogativa balcanica e constituiva una minaccia
per la sigurezza del nuovo millennio. Urgeva, dunque, separare
“quei popoli primitivi” con la forza, costasse quel che
costasse. Per raggiungere lo scopo, anzitutto e stato necessario
preparare per bene lo scenario (chi non ricorda le pseudo
verita dell’Accademia delle Scienze di Belgrado del 1986?),
seminare l’odio per il “nemico”, demonizzarlo e convincere
che le atrocita sono necessarie, disinformare e insistere
finché la verita non si fosse deformata. Le folle applaudono,
le folle sono convinte, bene, anzi benissimo, ora, atto
secondo, sotto, andiamo a massacrare, distruggere, sradicare.
Si, e stato tutto fatto con molta cura. Eppure lo schema
usato non era nuovo e nemmeno originale. Come le guerre,
che non sono né sante, né fatte a fin di bene, ma sono semplicamente
sporche e catastrofiche. Checché se ne dica, sono sempre
guerre di poteri politici o economici, guerre di mafie antiche
o emergenti, scrupolosamente programmate e “camuffate”,
e hanno tutte il medesimo scopo: dominio, potere, accumulazione
di denaro, beni e territorio, petrolio, metano, vendita
di armi, talvolta col supplemento della schizofrenia per
il “posto nella storia” – tutto business giganteschi, insomma,
come giganteschi sono gli imbrogli, le ladronerie, le fregature.
Altroché liberta, altroché indipendenza, altroché sacro
suolo!!
Questa, la riflessione sottesa al testo. Ma veniamo a “Roulette
balcanica”. Se la quotidianita cammina accanto all’indifferenza
della grande storia, la vita dell’uomo respira e pensa in
piccolo, nel proprio microcosmo, l’unico che veramente gli
stia a cuore. Ed e qui, nell’individuale, che per dar lettura
dell’insieme, l’autore preferisce insinuarsi: lo specula
e lo pedina fino al momento della sua tragica implosione.
Il distacco, l’osservazione asettica di Gunjaca, in realta
sono soltanto apparenti: nell’umanita con la quale accompagna
i suoi protagonisti nel loro disperato dibattersi traspare
la proiezione della sua sensibilita, la com-partecipazione
e la simpatia per i poveri cristi che vengono messi in croce
dai soliti armaioli.
E tempo di entrare in scena.
In un appartamento privato, a Pola. E quasi mezzanotte di
un giorno fine settembre. E il 1991, non un anno qualsiasi:
la Jugoslavia si sta sfasciando e la guerra non e piu solo
un’ipotesi. Causa la situazione, dopo anni di amicizia,
due capitani ell’Armata Popolare Jugoslava – Petar, serbo,
e Mario, croato – si ritrovano avversari. Hanno bevuto parecchio
e ora sono ingolfati in una bizzara discusione che ha per
tema il suicidio di Petar. Questi, infatti, vuole farla
finita e spera nell’aiuto dell’amico al quale va esponendo
le sue ragioni. La decisione appare decisamente assurda,
esagerata, ma Petar ha subito una doppia tragedia: in un
colpo solo, afferma, ha perso famiglia e stato. Per opportunismo
o chiaroveggenza (cambia qulacosa?), sua moglie, che e di
nazionalita croata, se n’e andata portando con sé anche
i figli. A lui, il mondo e crollato addosso, la vita stessa
gli e scoppiata tra le mani. Puo un uomo vivere senza la
propria vita?, chi diventi, chi sei, se ti scippano l’identita,
si chiede angosciato. Esiste, da qualche parte, una scappatoia?
Si, gli rispondo l’amico, se rinunci a te stesso e ai tuoi
ideali, se cancelli con un gran colpo di spugna guella che
e stata finora la tua vita, se abiuri tutto cio in cui hai
fermamente creduto, se indossi il paraocchi, se sacrifichi...
“E cosa dovrei sacrificare? Me stesso in quanto serbo, ufficiale
e uomo, o me stesso in quanto serbo, padre e uomo? Capisci
cosa voglio dire? In ogni caso sacrifico me stesso in quanto
uomo. E se perdo cio che di umano c’e in me, che me ne faccio
del resto? (...) Che se ne fanno (i figli) di un padre che
non sa chi e, non sa a chi appartiene? Se resto in Croazia,
non potro poratrli in Serbia, nella mia citta natale. Se me
ne vado in Serbia, non potro venire qui a trovarli preché
saro l’invasore. Capisci. E non posso campare né senza la
mia citta natale, né senza i miei figli.” (pp.63-64)
Denuncia e messaggio etico attraversano il dialogo tra i due ufficiali,
passando per argomenti che toccano momenti salienti o anche piccoli
eventi del passato e presente delle terre balcaniche, quelle terre
dove l’inizio nazionale e piu importante dello stomaco pieno...
Vi si mescolano momenti introspettivi caricati di tensione volutamente
esagerata e tinti d’ironia a sottolineare la mentalita propria
dell’ambiente cui appartengono i personaggi, e in alternanza a
dialoghi all’apparenza banali, ma che all’improvviso si accendono
di sofferenza verace. Non e nelle intenzioni dell’autore di mettere
in atto un processo, ma di giungere passo passo alla verita tramite
l’esposizione e l’analisi di una realta piu che amara.
L’entrata in scena di altri personaggi minori (il sergente Jovica
della polizia militare, serbo, e Safet, poliziotto militare, bosniaco
musulmano) segna il dramma di una connotazione farsesca, riproponendo
ulteriormente il ruolo convenzionale della piccola gente che nel
gioco impudico di chi comanda, conta meno che niente.
Ormai, il cerchio e prossimo a chiudersi. Né l’affetto di Mario,
né i suoi appelli alla riflessione faranno desistere Petar dal
suo tragico proposito, che nega l’appartenenza a un mondo diventato
incomprensibile e ne evade nell’unico modo che giudica possibile.
Dopo un ultimo plateale ascolto degli inni jugoslavo e croato,
l’uomo si fa saltare le cervella.
Un lavoro di tutto rispetto, condotto molto bene in virtu dell’ottima
conoscenza dell’argomento che l’autore tratta. Al di la dell’idea
di fondo sul disastro a livello umano come conseguenza di una
guerra, appare la decisa volonta di fare chiarezza, di interrogare
le coscienze senza corteggiamenti filosofici, strada che Gunjaca
percorre fino in fondo con impegno e buon senso del teatro.
Con l’augurio di veder alzare quanto prima il sipario su “Roulette
balcanica”.

-
Rastislav
Durman (scrittore, critico letterario, Novi Sad, Serbia)
Parlando
di genere letterario, "La roulette balcanica" e piu una
tragedia che un dramma, segue persino la poetica antica. Il testo
di Gunjaca tratta le circostanze della disfatta della seconda Jugoslavia,
ossia qualcosa che non e ancora solo storia, qualcosa che assomiglia
piu a delle braci morenti che alla cenere, a ferite che si stanno
rimarginando ma che non sono ancora una cicatrice. Non viene pero
vissuto come un documento sul piccolo uomo in funzione di vittima
di interessi dell'alta politica, e neppure come un saggio sui modi
serbo-croati, croato-serbi o sia serbi che croati di soffrire di
malattie infantili della collettivita nazionale e statale. In altre
parole, questo dramma non e solo un documento o solo un saggio –
e ambedue le cose ma soltanto in un secondo, o terzo piano. In primo
piano si trova l'archetipo dell'uomo al quale sono stati tolti i
valori attorno ai quali ha costruito la propria vita. In quello
che succede a Petar, Mario, Jovica, Safet, Ante, Ivan e Milojica
possiamo scorgere la tragedia di tutti gli onesti soldati il cui
supplizio non e una sconfitta ma l'impossibilita di seguire il giuramento
dato. Non solo il martirio dei soldati ma anche di tutte quelle
persone strappate al quotidiano in cui credevano e a cui, nella
migliore delle intenzioni, davano la loro parte migliore. La stessa
amarezza la sentivano il centurione britannico lasciato sulle rive
del Tamigi dopo il ritiro definitivo delle legioni verso Roma, e
l'ingegnere boemo che aveva dedicato tutta la sua vita allo sviluppo
delle ferriere slovacche per svegliarsi un giorno in quella stessa
Slovacchia come minoranza nazionale.
Dopo
le prime pagine de "La roulette balcanica" si ha l'impressione
che si tratti di un dramma da leggere o di un romanzo in forma dialogica
– la carica drammatica nell'esposizione e interna, la scena e statica
e le repliche relativamente lunghe. Con l'introduzione di nuovi
personaggi la situazione cambia completamente, la carica drammatica
interna dei personaggi si trasforma in azione che si scatena a tal
punto da raggiungere, verso la fine, il ritmo impazzito del rondo
che, come procedimento, e riconoscibile nei romanzi di Gunjaca (si
puo parlare di una spece di ritmo come costante dello stile di Gunjaca).
Dopo il culmine dell'azione subentra la calma, si ha l'impressione
che la simmetria nella composizione sia chirurgicamente netta, la
trama prende una traiettoria parabolica verso l'ordinata dalla quale
tutto e cominciato, dopo di che si arriva nuovamente al culmine,
a una grande esplosione emotiva e al vuoto.
Quello
che separa "La roulette balcanica" dalla tragedia antica
e l'assenza del tono sublime (qui incontriamo un puro naturalismo)
e della lingua elevata (la lingua nel dramma e rudimentale, completamente
in funzione dei personaggi cresciuti e formati in caserma), e il
fatto che al personaggio (personaggi) principale non si contrappongono
gli dei ma la storia, per cui quale il santo tale l'incenso.
Raccomando
di leggere, inscenare e guardare questo dramma.

-
Zoran
Raicevic, dramaturgo
(Teatro nazionale di Belgrado, Serbia)
Il
dramma "La roulette balcanica" e scritto in modo maturo
e chiaro, coraggiosamente entrando nel tessuto umano dei protagonisti
che sono allo stesso tempo vittime del violento dramma jugoslavo.
Il disfacimento della societa ha inevitabilmente portato alla
rovina dei rapporti umani, anche quelli del singolo individuo
che fa parte di tali rapporti. La trama e logica e le relazioni
sono chiare.

FINE
SETTEMBRE 1991, JUGOSLAVIA. SIAMO IN UN CONDOMINIO DI POLA,
FUORI C'E LA guerra. Nell’aria si respira ancora l’atmosfera
della vecchia e gloriosa nazione di Tito, patria di tradizioni
in cui si spara dal balcone per festeggiare la nascita di un
figlio maschio, anche quando fuori si muore, anche quando cio
significa mettere a repentaglio la propria vita. “Siamo uomini,
semplicemente uomini”, ed alla fine e solo questo che conta.
E quando “questa fase tribale passera, gli uomini ridiventeranno
uomini, a prescindere dalla loro nazionalita”, dice il croato
Mario, capitano dell’armata popolare jugoslava che decide di
liberarsi della sua divisa per non essere un invasore.
Ora che il nemico comune e venuto a mancare, a fronteggiarsi
restano loro, serbi e croati, fratelli di sangue divisi da una
bandiera, da un inno, da un poeta, perché “dopo la decima vittima
a cui tieni la guerra diventa tua ovunque ti trovi”. Se la regola
del gioco e questa, allora Petar, anche lui capitano dell’Apj,
sceglie di non giocare. Depone la divisa per rifiutare una guerra
che non e sua, ma che e comunque riuscita a dividerlo dalla
sua famiglia, lui serbo con una moglie croata fuggita assieme
ai suoi figli, figli che prima erano jugoslavi e che ora sono
forse serbi come il padre o forse croati come la madre.
Una piece teatrale in cui l’atmosfera resta soggiogata dall’angosciosa
attesa della morte, solo a tratti superata dall’alternarsi in
scena di nuovi protagonisti e di nuovi drammi. Un mondo di lacrime,
come nella splendida immagine in cui Petar e Mario piangono
abbracciati cantando il loro “vecchio” inno, dove tutto trova
ragion d’essere in quel tragico epilogo, in quella “liberazione”
arrivata solo grazie ad un colpo mortale alla tempia. Una roulette
balcanica che non lascia spazio a ripensamenti, perché in questo
tragico gioco con la morte non ci si confronta con una rivoltella
come in una roulette russa, ma con una pistola in cui ad ogni
colpo corrisponde la fine di tutto.
O forse, come per Petar, un nuovo eroico inizio. Tragedia o
commedia nera, a seconda di come la si preferisca chiamare,
quest’ultima fatica di Drazan Gunjaca, 45enne avvocato col “vizio”
della scrittura, e un grido disperato contro la guerra e l’odio
razziale. Temi di grande attualita, che l’autore fa e sente
suoi riuscendo a trascinare con sé il lettore in un viaggio
appassionato all’interno del mondo privato di due uomini come
tanti. Ma che a differenza di tanti si trovano nel posto giusto
al momento sbagliato, cittadini di una “polveriera” chiamata
Balcani, dove la miccia per un nuovo conflitto e sempre sul
punto di accendersi.
Un dramma che e anche un insegnamento per chi la guerra non
l’ha vissuta che di riflesso. E per chi pensa che nella guerra
vi sia anche qualcosa di buono. Un libro scritto bene, intelligente,
che trasuda pace, e che solo per questo varrebbe la pena di
leggere.
-
Valentina
A.Mmaka
(STILOS, Italia, 19.03.2003.)
Un
dramma sulla guerra dei Balcani, i personaggi di Drazan Gunjaca
ci fanno riflettere, in un dialogo serrato e incisivo, sulle
ragioni del conflitto, dell'appartenenza etnica, di uomini semplici
catapultati dal male oscuro della guerra in una esistenza dolorosa,
insanabile. Roulette Balcanica, allude ad una variante della
roulette russa, con un unica diversita, mentre quella russa
(con rivoltella) lascia spazio a un margine di fallibilita,
quella balcanica (con pistola) non lascia via di scampo. La
morte e il risultato di un gioco perverso, inadeguato, ineluttabile
per chi sente i valori crollare sotto il peso di una memoria
lacerata dalla guerra, come nella storia di PETAR, uno dei protagonisti.

-
Francesco
Mazzetta,
(Il Mucchio Selvaggio, 25-31 marzo 2003)
Roulette
balcanica di Drazan Gunjaca sarebbe una farsa se non fosse una
tragedia: a Pola, in una notte dell'autunno del 1991 due capitani
dell'ex-esercito jugoslavo, Petar - serbo - e Mario - croato
- discutono della loro situazione.
In particolare Petar, fino a poco prima rispettato rappresentante
della forza pubblica, e ora improvvisamente membro di un esercito
invasore, abbandonato dalla moglie croata che se n'e andata
portandosi via i figli, e disperato. L'unico a rimanergli amico
in quella che era la sua patria e ora e suolo e il vecchio comilitone
Mario che non si lascia ingannare dalle nuove ideologie nazionalistiche:
s'e tolto la divisa e pensa di cercarsi a shelter form the storm,
un rifugio dalla tempesta in arrivo. Petar invece, troppo distrutto
dal crollo dei valori in cui credeva, dal disfacimento della
famiglia, non potendo piu trovare rifugio dal dolore nel salutare
cinismo della razionalita, s'abbandona alla "roulette balcanica",
una roulette russa fatta con una pistola automatica invece che
con una rivoltella, una roulette in cui e impossibile "perdere".
Progressivamente altri personaggi vengono coinvolti nell'azione
drammatica, tutti militari/poliziotti che sono costretti da
Petar a mettersi di fronte alla frantumazione dei Balcani e
- in varia misura - a prendere coscienza dell'assurdo fatalismo
con cui tutti ora accettano cio che aborrivano appena prima.
Alla fine, pero, il vero abisso in cui incappa l'uomo comune-Petar
non e la metamorfosi delle ideologie o delle uniformi, quanto
piuttosto il fatto che tali ideologie, tali uniformi vesotno
anche l'anima delle persone e neppure i sentimenti piu profondi
possono vincere tali cambiamenti. Questo breve testo teatrale
dovrebbe dunque servire da monito a chi sobilla divisioni e
regionalismi, ed essere fatto leggere a tutti i nostrani leghisti
nella speranza che ne possa rinsavire qualcuno.

-
IL
LABORATORIO DEL SEGNALIBRO,
n.14/2003-09-23
Roulette
balcanica, gia incoronato al concorso letterario Il viaggio
infinito 2003, e un dramma che descrive in modo tragicomico
gli avvenimenti che hanno preceduto la guerra dei Balcani del
1991, attraverso i gesti e le parole di sette ufficiali dell'ex
esercito federale che nella guerra fratricida si ritrovano da
parti opposte.
Scritto in forma di opera teatrale,
Roulette balcanica ricorda l'antica tragedia classica, dalla
quale si differenzia pero sia per i dialoghi aggressivi, sia
per il tipo nemico affrontato.
Dove gli eroi della tragedia
greca erano avversati dalle divinita infuriate, sui sette soldati
di questo libro incombe un'unica nemesi: la storia.Un'opera
sull'assurdita della guerra, che in maniera realistica inneggia
all'amore per l'altro.

-
Francesco
Tebeo
(HYRIA, n. 99-100/2003, Italia)
Dramma
breve e semplice, sembra riportare in scena uomini e situazioni
conosciuti effettivamente (magari durante la carriera militare),
grande il pathos del linguaggio, sottile la minuziosita dei
particolari evocati. E il dramma di un popolo, di una guerra
che lacera, annienta membra mente e spirito lasciando sprofondare
l'uomo nel baratro della distruzione. Il capitano Petar e stato
abbandonato dalla famiglia bisogna liberarsi dei serbi in modo
sommario, si tratti pure di un marito o di un padre, ritorna
alla mente Vercingetorige che nell'acme della campagna gallica
fu costretto a liberarsi delle mogli e dei figli. Ecco Mario,
capitano croato, sotolineare Tutto e andato via col vento:
si perdono valori, ideali che hanno fatto vivere e combattere.
E cosa resta? L'assurdita, il paradosso del fratricidio. La
tragedia vissuta dai due capitani da Petar che non fa distinzione
tra pane serbo e pane croato, e la tragedia dei loro soldati,
di tutto un popolo depauperato dei suoi diritti civili e umani,
perso in un grido di aiuto senza risposta.

Prof.
Laura Liberati
Membro dell’Alta Commissione di Lettura
Internazionale di Edizioni Universum
(Premio internazionale LIBRO D’ORO 2004, Italia)
“La roulette balcanica” di Drazan Gunjaca,
un sipario aperto sulla fatica del vivere,
incastonata nell’impervia storia del composito
popolo slavo.
Incisivo
e denso di implicazioni, è l'incipit della prefazione stilata
da Mr. sc. Srdja Orbanic: “Godot è arrivato”.
Contrariamente a quanto avviene nel dramma di Samuel Beckett,
ove i personaggi Vladimir ed Estragon sono in aspettativa di un
misterioso ed oscuro Godot, attesa sempre procrastinata sine die,
in questa opera dalla spiccata tipologia teatrale, i capitani
Petar e Mario, l'uno capitano serbo, l'altro croato, sperimentano
il farsi di una tragedia programmata, obliquata verso il suicidio.
Lo attesta, fra i tanti interrogativi capitali, quella frase:
“Mi sparo in divisa o in borghese?” del protagonista in assoluto.
Si desiste peraltro a lucide argomentazioni di Petar, sulle modalità
da adottare al momento dell'estremo gesto.
Concorrono alla drammatica scelta, come si evince dallo snodarsi
del lavoro, una serie di cause e concause che, se non la giustificano
a pieno, contribuiscono alla comprensione del contesto.
Un groviglio di pensieri, di passioni, con un fondale storico
ben delineato: ora, mezzanotte; mese, settembre; anno, 1991; luogo,
Pola. L'unità di tempo, di luogo dell'azione ingenera il dialogo
serrato fra i due amici; stringe l'astante (o il lettore) sommovendone
il piano emozionale, sì che egli non ha via di fuga, come si verificava
nel V secolo, a.C., assistendo alle tragedie di Eschilo (ferme
restando le articolazioni della tragedia antica).
La tematica del suicidio non è nuova nella letteratura di ogni
tempo ed è humus culturale.
Io privilegio il rimando ad una significativa “Operetta morale”
di Giacomo Leopardi: “Il dialogo fra Plotino e Porfirio”. Il colpo
d'ala riceve impulso dalle luminose parole rivolte a Plotino:
"Viviamo Porfirio mio e confortiamoci insieme /.../ per compiere
nel miglior modo possibile questa fatica della vita".../
E quando la morte verrà non ci dorremo /.../ ci rallegrerà il
pensiero.../ che poiché saremo spenti".../ (amici e compagni)
"molti ci ricorderanno e ci ameranno ancora...".
È da osservare tuttavia la natura dello scritto leopardiano essere
teorico-pedagogico, lo specifico del teatro è invece la ribalta
emblematica della vita stessa; qui subentra il fatto interpretativo
e creativo; ininterrotta la tensione fra parole e rappresentazione.
Mancando poi il canonico Prologo, si entra nella vicenda in medias
res.
Drazan Gunjaca, dopo circa trentacinque pagine di una sorta di
stringente contraddittorio, mentre sembra aprire uno spazio di
distensione psicologica, non lascia alcuna tregua. La sezione
è solo in apparenza 'farsesca' scorrendo in un alveo tragico.
Quella sorta di intermezzo (pagg.. 55-60) quando affluiscono sulla
ipotetica scena, avvicendandosi convulsamente alcuni comprimari,
ben caratterizzati quanto ai gradi dell'esercito, assolve il ruolo
di approntare ogni dato utile per la catabasi.
Anche gli oggetti, come il telefono, sono bruttati dalle macchie
del sangue di Petar. II sipario cala sulle lacrime dell’amico,
mentre l'autore sorprende l'astante: la voce di Mario, coprotagonista,
esalta il silenzio di una creatura ormai immateriale. In un vicino
futuro, provenendo da aree insondabili, il silenzio di Petar potrà
comunicare Verità. Il Gunjaca denota una sottile e consumata perizia
artistica; esemplificativo, il fatto che la differenza fra la
roulette russa e quella ‘Balcanica’ sia dichiarata nelle ultime
battute.
Alla domanda smarrita di Mario: “Cos’è la roulette balcanica?”
l'altro di rimando: "È come quella russa, solo che si fa
con la pistola che ho in mano”.
Vorrei ora soffermarmi sugli elementi fondanti dell'opera.
Una nota dominante è la denuncia contro la guerra che “dagli albori
del mondo continua ad insanguinare la Terra”. Per quanto è vibrato
il grido sulla guerra, miserrimi gli uomini di potere, capaci
di cambiare casacca, intorno ai quali ruotano gregari, repressi,
o peggio, il cui unico scopo è quello di ostentare l'investitura
di vassallo.
Petar, il protagonista, come ho già asserito, è dilacerato per
l'improvvisa fuga della moglie Ana, croata, che ha portato con
sé i figli in Dalmzia. È uno stato di fibrillazione, come padre
(argomento di folgorante attualità) tormentato dalla prospettiva
che i figli perdano l’estimativa verso di lui e che non siano
educati all'amore.
Le sorti della famiglia s’intersecano con la ragione di Stato.
Per tradizione, come Serbo, in quest'ultimo ha sempre creduto,
come alla patria; ora non vede che epurazioni e biechi nazionalismi
ed ha una crisi d’identità.
Da voci fuoricampo, da fatti episodici si avverte lo sfascio dell’esercito
ed il caos generale: alterne vicissitudini che hanno attraversato,
per un lungo spazio di secoli, i popoli di ceppo slavo. Scorrono
a balzi sequenze di momenti epocali, e nell'ambito politico-sociale
ed in quello ideologico. Cosicché non mancano riferimenti a Josif
Broz, ossia Tito, schegge del primo e del secondo conflitto mondiale.
Nei fumi dell’alcol il capitano Petar pretende che il suo amico
fedele gli sia vicino, mentre è alla disperata ricerca delle radici
e del retaggio culturale comune. Non a caso viene citato il poeta
Kranjcevic dal filone realistico-psicologico; il principe vescovo
montenegrino, Njegos dai componimenti di carattere popolare.
Si scopre che nelle fasi di solitudine profonda, Petar sia stato
toccato dalla fede: lo prova il riferimento alla Sacra Bibbia
la cui lettura lo poteva avvicinare e riconciliarlo alla cara
moglie Ana.
La fede in Colui che guarda al cuore dell’uomo e non fa distinzione
fra un serbo ed una croata.
La fusione con l’amico Mario, stremato nel vedere il fallimento
della sua impresa, durata per tutto il corso del dialogo, culmina
nel momento struggente allorché i fratelli, amici, cantano e ascoltano
i rispettivi inni nazionali.
Un prodotto creativo che scuote chi legge: mantiene un registro
alto di valori, non intaccato dal linguaggio realistico, attagliato
alle congiunture ambientali. Le tinte contrastanti, per parlare
sotto metafora, potrebbero riflettere una sorta di luce caravaggesca,
gemmata non da precisa fonte come nelle pitture fiamminghe, ma
scaturita dall’interno dei soggetti trattati e dal sapiente uso
del colore.

Tutto parte volutamente da un'associazione tra la storia narrata
e Aspettando Godot, come se nel dramma di Gunjaca i protagonisti
Petar e Mario dovessero prendere il posto dei precedenti Vladimir
ed Estragon. E, quando il Godot da tutti atteso arriva in una
notte del settembre 1991, la vicenda può avere inizio. Soli nella
stanza con un posacenere pieno, mezza bottiglia di cognac e le
loro pistole, i due amici cominciano a parlare tra di loro della
guerra e di cosa sia adesso l'uomo, plasmato dal sangue versato
per la patria.
È la morte degli ideali e degli obiettivi, perché la guerra ti
ha preso sia i primi che i secondi.
Ed è così che la storia inizia a raccontarsi, con Petar che ha
mandato a fanculo tutta la politica e tutto l'esercito, sia serbi
che croati, e che è stato abbandonato dalla moglie e dai figli
senza una spiegazione. Petar che ha perso tutto e dunque non può
più perdere nulla. Petar che ha smesso di credere allo stato e
che si rifiuta di vivere nella sua stessa nazione come straniero,
come nemico o invasore, ma che allo stesso tempo non accetta di
vivere altrove. Petar che ha deciso di uccidersi.
Il dialogo tra i due è così ben organizzato e in piena sintonia
che diventa quasi un monologo, come se fossero un'unica persona
in conflitto con sé stessa e come se si stesse decidendo per il
sopravvivere o meno di una parte di essa.
La drammacità della situazione (sia esterna che interna) è accentuata
dall'ironia, come se la risata fosse l'unica cosa che la guerra
non è ancora riuscita a portar via. Un'ironia che mi ha fatto
pensare a quella di Mordecai Richler anche se, essendo un'opera
teatrale, sarebbe più facilmente riconducibile alla tragi-comicità
di Pirandello. Ma le sferzate con cui Gunjaca colpisce la politica
e la mentalità della popolazione sono troppo dirette e pungenti
per essere paragonate allo scrittore siciliano, anche se ad un
tratto l'autore ironizza proprio utilizzando Pirandello, ma in
un modo che lascia intravedere tutto il dolore e la sofferenza
dietro la battuta:
ANTE: Grazie. Mi scusi, ma voi due, lei e Petar, siete strani
personaggi.
PETAR: Sì, lo siamo. Troviamo l'autore sempre quando sarebbe meglio
non trovarlo.
E l'opera ha il suo culmine in 7 battute:
PETAR: Hai mai giocato alla roulette russa?
MARIO: Non sono mica matto. Vista la fortuna che ho, anche se
fosse scarica riuscirei a spappolarmi le cervella.
PETAR: E alla roulette balcanica?
MARIO: Cos'è la roulette balcanica?
PETAR: Come quella russa, solo che si fa con la pistola, questa
che ho in mano.
MARIO: Sei matto? Per prima cosa la roulette russa è di per sé
un'idiozia, e poi si usa la rivoltella e non la pistola. Con la
pistola sei morto di certo, non c'è alternativa.
PETAR: È quello che ti sto dicendo, la roulette balcanica, quella
senza alternativa.
Infine, vi comunico che a Belgrado hanno deciso di girare un film
utilizzando come base Roulette Balcanica: nonostante, come avete
capito, penso che sia un'ottima opera teatrale, dubito fortemente
che si possa trarre un film di alto livello. Certo non è impossibile,
ma, basandosi il dramma principalmente su una specie di monologo,
sarà dura mantenere costante l'interesse di uno spettatore. Non
è detto che un libro interessante possa diventare un film interessante:
dipenderà dal regista.
Spero comunque che possa nascerne un buon film e che (se il Dio
commercio ci assiste) possa venire trasmesso anche in Italia.
Vi
do qui di seguito alcuni link che si riferiscono al libro e/o
al film:
www.drazangunjaca.net/balkanskirastanci/ITA_site/ITA_index.htm
www.montage.co.yu/_sgg/m2_1.htm
Vi risparmio gli infiniti premi di grande importanza che il
libro ha vinto, tanto non se ne fotte nessuno dei premi, ciò
che conta è l'Arte e vi assicuro che qui l'Arte c'è.

Marcello
Tosi
Corriere Romagna, 21.03.2004
Roulette balcanica Premio Nuove Lettere per Drazan Gunjaca
www.vigata.org
Già
vincitore di numerosi prestigiosi riconoscimenti, come il Premo
Viaggio Infinito 2003 per il teatro (in giuria tra gli altri Barbieri
Squarotti, Cardini, Mercurio), Drazan Gunjaca si appresta con
il suo Roulette balcanica, edito dalla Casa Editrice riminese
Fara, a ricevere oggi a Napoli il primo premio nella sezione ‘Romanzo
edito’ della 13ª Edizione del Premio Nuove Lettere, indetto dall’Accademia
Letteraria Europea di Nuove Scienze. Definito da Andrea Camilleri
“un tragico dialogo senza uscita, come un duello sulla morte,
sull’assurdità dei conflitti e della guerra”, in quest’ultima
parte della fortunata trilogia sulla guerra nei Balcani, dopo
A metà del cielo e Congedi balcanici (tradotto e pubblicato in
vari Paesi), lo scrittore croato ha voluto alludere alla morte
come al risultato di un ‘gioco’ perverso, che catapulta uomini
semplici in un esistenza dolorosa, insanabile, come nella storia
di Petar, uno dei protagonisti, che sente i valori crollare sotto
il peso di una memoria lacerata dalla guerra.“Ideali? Gli uni
li fanno nascere, gli altri li giudicano e i terzi muoiono per
loro”, abbiamo letto recentemente nelle sue Confessioni di un
vecchio poeta pubblicate su ‘Faranews’. “Arriverà mai una generazione
che non sentirà il peso dei ricordi altrui? Che darà ascolto solo
ai propri ricordi? Mai. E non solo daqueste parti. Con i ricordi
degli altri uccidiamo il futuro”.

Emilio Diedo (Punto di Vista, n. 41/2004, Italia)
Drazan Gunjaca e Croato di Pola. Roulette Balcanica e un “dramma contro la guerra”. La presente e la versione in italiano, parallela a quella tedesca e statunitense.
Quest'opera teatrale e stata premiata, tra gli altri riconoscimenti nella varie versioni linguistiche, anche al Concorso letterario “San Maurelio 2004”.
La trama, ad atto e scena unica, ha per personaggi principali due capitani della Marina militare, l'uno serbo e l'altro croato: Petar e Mario. L'azione e ubicata nello spazio striminzito di un appartamento condominiale di Pola. L'epoca di riferimento e la fine del settembre 1991, apprestandosi la mezzanotte.
La famosissima canzone di Iva Zanicchi, La riva bianca, la riva nera potrebbe essere il motivo canoro ispiratore del dramma. All'indomani della dichiarata, storica, secessione tra la Serbia e la Croazia, quelli che fino ad allora erano un unico esercito, un'unica patria, un'unica bandiera, improvvisamente divengono motivo di divisione, sancendo un nemico all'interno dello stesso esercito. E di un'unitaria patria e bandiera ne scaturiscono due a due: una patria in conflitto con un'altra, due bandiere avverse. L'unita di uno stato si sdoppia in due antitetici modelli politici, religiosi e sociali. Anche i due capitani protagonisti, dapprima amici per la pelle, tutto d'un tratto sono amici-nemici. Un'antitesi inumana ma soprattutto assurda, che tuttavia non si conclude nel suo naturale ossimoro bensi si allarga ad un paradosso ancora piu tragico. Il capitano Petar, che, come anticipato, e di origine serba, avendo sposato una donna croata, si trova suo malgrado ad essere nemico di sua moglie e della sua stessa famiglia.
L'abnorme sviluppo delle circostanze lo portano, in una lucidissima folata dialettica, alla conclusione che la sola possibilita di salvare la faccia, dinanzi alla prole piu che dinanzi alla consorte, e il suicidio. Il mezzo e la roulette balcanica, una roulette russa senza via di scampo. Il destino dell'ufficiale serbo non e lasciato al caso di una probabile pallottola, quale potrebbe essere esplosa dal tamburo, a carica alterna, di una rivoltella. No, ahime! La risoluzione e univocamente riposta nel congegno di caricamento di una pistola che, per sua struttura, non consente nessunissima speranza di uno scatto a vuoto.

I. Grguric
(Gradanski list, Novi Sad, Serbia, 2 Novembre, 2004)
estratto Disperazione, roulette, linguaggio da guarnigione
Trattando i temi "balcanici", il tempo in cui "neanche il destino ha piu pazienza per la gente normale", e "le nazioni delle quali nessuna ha il diritto esclusivo alla sofferenza", Drazan Gunjaca restituisce alla guerra Serbo-Croata quella dimensione che e stata l'unica ad appartenere a questa guerra dall'inizio - la dimensione dell'assurdo. Pubblicati in un volume unico intitolato simbolicamente Godot e arrivato, i drammi di Gunjaca, la Roulette balcanica e l'Acquerello balcanico, ci raccontano i disastri, il disorientamento e l'assurdita della vita, come pure l'assurdita anche piu grande della morte. L'inesistenza di risposte alle domande poste, l'impossibilita di trovare una via d'uscita che premetterebbe di preservare la dignita umana e l'inaccettabilita del nuovo ordine delle cose si impongono quali realta in cui neanche la morte risulta una buona soluzione, perche in guerra neanche i morti possono rimanere neutrali.

15. Tiziana Carpinelli, IL PICCOLO, Trieste, Italia, 04.03.2006.
Al Miela il testo di Drazan Gunjaca adattato per le scene da Gianfranco Sodomaco
Anime divise dalla «roulette balcanica»
http://wwwww.faraeditore.it/html/recensioni/IlPiccolo-4-3-06.jpg

16. Mary Barbara Tolusso
IL GAZZETTINO (04.03.2006.) Italia
È il gioco delle identità a compilare lo spettacolo "Roulette Balcanica" di Drazan Gunjaca, messo in scena l'altra sera al Teatro Miela per la regia di Gianfranco Sodomaco. Lo dice già il titolo, "roulette", appunto, qualcosa che assomiglia al rischio, alla casualità soprattutto. Ma non c'è un vincitore e un vinto. In questo caso il "gioco" declina il tema al dramma, se pur, in alcuni tratti, con ironia. Peter (Mauro Tancovich) e Mario (Janko Petrovec) sono due amici, ufficiali rispettivamente dell'esercito serbo e croato, anche se il secondo ha deposto la divisa. La pièce si svolge sul filo rosso di una decisione, il suicidio di Peter, incapace di accettare un conflitto che distrugge un concetto identitario costruito negli anni, forse nei secoli. Da qui l'ironia del tutto, la casualità di un senso esistenziale che la guerra rimarca e così facendo la perdita degli affetti, della terra, dei propri obiettivi, di se stessi.A sottolineare l'assurdità di "cambiamenti" (ideologici più che di frontiera) a cui i Balcani si devono rassegnare, ha il suo effetto la scena centrale, quando nella stanza di Peter e Mario irrompono la polizia croata e la polizia serba, apparentemente nemiche, intimamente solidali nei sentimenti di umanità e fratellanza (un poliziotto croato salverà la vita a un agente serbo). Insomma un'identità, come si diceva, che "gira" in base alla volontà altrui, che annulla ogni possibilità di scelta, almeno per Peter (un bravo Mauro Tancovich, ma che a tratti veste i panni di una sofferenza un po' troppo equilibrata). Sul "confine" opposto spicca invece Fabio Musco (agente croato), preciso e puntuale nell'intervento ironico. Una regia asciutta, lineare, guida la rappresentazione, arricchita da alcuni brani musicali e video opportunamente inseriti. Unica stonatura: la liberazione dei lunghi capelli dal berretto militare di un soldato bosniaco, alla fine dell'inno nazionale, con tutte le evocazioni che il gesto implica, l'effetto tuttavia è quello di uno spot da balsamo. Applausi.

17. Primorski dnevnik
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18. Darla Deghenghi (La voce del popolo, 11.05.2006.)
«Roulette balcanica» in scena a Pola, al Teatro popolare istriana
Il dramma di una terra in cui l'inno nazionale vale molto piu dello stomaco pieno
http://www.faraeditore.it/html/recensioni/LA-VOCE-DEL-POPOLO-11-05-06.jpg

19. (da LETTERATURA ITALIANA, Poesia e narrativa dal Secondo Novecento ad oggi, Bastogi, Editrice Italiana, 2007)
Drazan Gunjaca, avvocato croato in Pola, è letterato dedito alla poesia, alla narrativa ed al teatro per il quale ha pubblicato “les pièces” drammatiche Il lato in ombra della ragione e Roulette balcanica, che ci giunge tradotta dal croato da Srdja Orbanic e Danilo Skomercic. Trattasi di una farsa tragica i cui protagonisti sono due ufficiali dell’ex esercito federale che si ritrovano da due parti opposte, per gli eventi politici di cui tutti siamo a conosenza. Il tempo dell’azione è il fine settembre del 1991, verso mezzanotte. Il luogo è il soggiorno di un appartamento al quarto piano di un condominio a Pola, arredato con gusto, ma sobriamente: un divano, due poltrone, un tavolino e uno scaffale, sul quale c’è un televisore acceso benché le trasmissioni siano già terminate, qualche vaso di fiori in un angolo della stanza. I personaggi protagonisti sono: Petar capitano dell’esercito Serbo e Mario capitano dell’esercito croato. I comprimari sono in ordine: un poliziotto militare, due poliziotti croati, il medico con l’infermiera ed un vicino di casa di Petar, questo per dire che la pièce ha facile rappresentabilità teatrale. Petar e Mario sono a confronto ed uno, il serbo, dovrà cancellare le norme deontologiche e gli ideali di cui era stato portatore; in questo iato e questa dicotomia si andrà sino alla fine che non riveleremo per mantenere viva la “suspence”. La conversazione a due, alla quale si aggiungono altre voci, si trasforma in dramma, come già preannunciato e sotteso nella metafora del titolo della piéce, nell’urgente ricerca di una lingua aderente al nostro parlato generazionale, sapientemente costruito in modo strutturale, riattualizzando le gesta del comunismo, di cui i due protagonisti sono conoscitori, così come è stato vissuto nella Jugoslavia, considerandone la fine ed il relativo disfacimento di rapporti fra individui e la loro vita di relazione che in qualche modo sembra intaccata dagli infausti eventi. Così lo scrittore si pone con “Understatement” accattivante dal punto di vista del linguaggio, ma anche per rigore di osservazione e di idelologica oggettività, per precisione temporale, che in tal caso rimane statica, mentre le repliche interdialogiche sono piane e di lunga estensione, e la contaminazione lingustica ha talora tocchi di grado infimo, pur mantenendosi la scrittura a livello di hi-tech, son architettura solida i ben costruita. I grandi processati del dramma sono: la guerra e gli assurdi conflitti etnico-religiosi, specialmente quelli tra musulmani e cattolici, ma anche i poteri non democratici, che creano nell’uomo sterilità e dissociazione. L’autore parla di persone concrete e di fatti veri, che appartengono al nostro vissuto, ed il suo messaggio vuol essere reale e propedeutico, anche attraverso quegli intecalari di turpiloquio che ormai fanno parte della vita dei più giovani. Lo scrittore costruisce l’introduzione con due exergo, uno dei quali recita: “Fare del male non è, in verità, così diabolico quanto… il suo rinomarlo bene. Ciò significa togliere a tutte le morti la loro importanza, capovolgerle, leggerle all’inverso… Capovolgere e da dentro abbattere i criteri della verità. E alla fine, nella bocca della verità mettere le bugie!” (da “La parte del diavolo”) autore Denis de Rougemont. Opera, dunque, che evidenza una difficile normalità, inquietamente negativa e redentiva allo stesso tempo, dove c’è complessità psicopatologica e critico letterario di Novi Sad, Serbia Rastislav Durman, a proposito di Gunjaca ci dice: “… il ritmo quasi impazzito di un rondò è procedimento caratteristico dei romanzi di Gunjaca (si può parlare di un certo tipo di ritmo come costante dello stile di Gunjaca). Dopo il climax all’azione subentra la calma…” Ma sappiamo che lo scrittore è anche poeta, infatti ha all’attivo una raccolta di poesie dal titolo Quando non ci sarò più che attendiamo tradotte. Riconoscersi nella modernità, oggi come mai, significa calarsi nella storia, per cui queste traduzioni che ci permettono scambi culturali a livello eurepeo, ben giungano provvidenziali per aiutare l’Europa stessa ad aprirsi ad una prospettiva più universale.
(da LETTERATURA ITALIANA, Poesia e narrativa dal Secondo Novecento ad oggi, Bastogi, Editrice Italiana, 2007)

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