In quel 1991 una pioggia tetra e persistente inondava i vecchi
tetti del cen-tro storico di Pola:guardavo dalla finestra del
mio attico cercando di intrave-dere nel crepuscolo serale qualcosa
che mi scuotesse dal letargo,mi rivelasseun motivo per sperare.Inutilmente!
Se mai uno puo avere l’impressione che iltempo si fermi,una piovosa
sera autunnale costituisce la situazione adatta,specie se si e
soli.Avevo spento la televisione cercando in tal modo di non offendere
quelpoco di buon senso che mi era rimasto dopo quanto era successo
negli ultimianni,e,soprattutto,negli ultimi mesi.Come avrebbe
potuto un uomo normalestare a vedere un serial umoristico straniero
dopo le notizie dal fronte,un se-rial con personaggi e trame che
non avevano niente a che vedere con quantostava succedendo qui
nei Balcani dove si parlava soltanto di guerra,odio,do-lore,disgrazie
e di tutto cio che accompagna queste tremende parole. E poi,come
concentrarsi sulla trama degli episodi,se proprio nell’istante
piu diver-tente (cosi almeno si deduceva dalle risate sovraregistrate),appariva
sulloschermo la scritta che diceva pressappoco che era stato dato
l’allarme aereo oquello generale per Karlovac,Gospic (mi scuso,per
Gospic appariva una solavolta al giorno,poiché li generalmente
non cessava mai) e per altre citta diquesto bellissimo paese.
In verita non era ancora stato annunciato lo stato di guerra,ma
questo nonera un ostacolo per la quotidiana distruzione di tutto
e l’uccisione di tuttiquelli che i “liberatori”riuscivano a prendere.Per
fortuna,per chissa quale ra-gione,a Pola erano state risparmiate
le distruzioni,probabilmente solo graziealla divina Provvidenza
(anche se,dopo questa guerra non dichiarata,si sa-rebbe fatto
probabilmente avanti un certo numero di salvatori della citta,per-ché
se non ci fossero stati loro,naturalmente,non ci saremmo stati
nemmenonoi,cioe la citta…).Non fa niente,la lasciassero pur stare,non
la distrugges-sero,e di coloro che poi avrebbero avuto medaglie
al valore a nessuno sarebbeimportato un giorno! Misi sul giradischi
un vecchio disco dei Pink Floyd e mi versai un cognac.Francese
simile al Napoleon ma meno costoso.In apparenza buono,ma vistoche
non lo bevevo liscio,non potevo dare giudizi.Una notte ideale
per riflet-tere sul passato.Naturalmente doveva essere per forza
accompagnata dall’al-col,perché chi ancora nei Balcani poteva
meditare del tutto sobrio sul propriopassato o,peggio,sul proprio
futuro. Erano anni che avevo smesso di bere,percui questo primo
bicchierino ebbe l’effetto che una volta avrebbe avuto ilquinto
o il sesto.Avevo pure cambiato tipo di liquore,se mai si poteva
dire chebevevo ancora,e quel bicchiere occasionale rappresentava
in fondo un’offesaper la maggior parte degli maschi maggiorenni
nati nei Balcani.Eh si,unavolta bevevo vodka,e in quantita considerevoli.Ora
questo pregiato liquorenon lo potevo neanche vedere,e nemmeno
riuscivo a capire come lo avevo po-tuto bere in passato.Ma questa
era soltanto una parte del problema che in ma-niera colloquiale
si poteva intitolare:“Come fare i conti con il proprio passatonella
sua parte ora,per chissa quale ragione,inaccettabile”.In nessun
modo,perché il problema erano le ragioni presenti,e non quelle
del passato.Eraquindi del tutto utopico che si potessero capire
quelle degli altri.Eh,si! Non appena mi trovo in questo stato
d’animo,incomincio a dedi-carmi all’inutile filosofia della quotidianita,la
quale e infeconda all’incircacome la maggioranza dei miei rapporti
con le donne.Donne! Era la primavolta che mi venivano in mente
quella sera.Iniziava bene con loro,ma finivaancor prima.Ne parlero
in seguito.In guerra le donne si trovano in secondopiano,no.!
Non tutto il male vien per nuocere (e prova a resistere al maschili-smo
quando hai per scusa la guerra,seppure non dichiarata…).Uomini!
Amici! Prima linea di difesa! Dio mio,dove sono adesso tuttiquanti:uomini
meravigliosi,pronti al sacrificio,corrotti,ipocriti. Ne ho incontrati
di tutti i tipi durante gli anni trascorsi nella divisa dellaMarina
Militare Iugoslava,e anche dopo:l’anno scorso ho abbandonato laMMI
e sono finalmente diventato un “borghese”.Alcuni sono morti,in
verita parecchi,ma costoro sono arrivati al capolineaprima della
guerra,senza onorificenze.Con Toni avevo diviso la prima gio-ventu
e trascorso molte notti insonni.Dopo una di quelle non si era
piu sve-gliato:troppa droga per un corpo esausto.La lettera d’addio
la leggo regolar-mente una volta all’anno,nell’anniversario della
sua morte,naturalmente dopoessermi ubriacato per bene e dando
libero sfogo alle lacrime tra le mie quattromura,senza testimoni.Ogni
anno.Con il passare del tempo,piango sempre dipiu e penso sempre
di meno a Toni.L’unica costante e la sbornia per l’occa-sione.
Aca,per
l’anagrafe Aleksandar,mio amico (io sono stato suo testimone almatrimonio),e
un sottufficiale della MMI o come diavolo adesso si chiama lamarina.Il
suo cuore e grande come la sua nativa Voivodina,ed e l’unica per-sona
a me nota che accetta tutti i mali di questo mondo con una noncuranzabuddista
perché,come dice lui,cazzo,doveva succedere,cosa ci vuoi fare,an-diamo
avanti.Di essere stato suo testimone non e poi cosa di cui vantarsi,per-ché
ha divorziato subito,ma siamo restati comunque amici.D’altronde,a
suodire,io ero il testimone da parte sua e non di lei,quindi il
fatto del divorzio erasenza significato per lo sviluppo ulteriore
del nostro legame.Non lo sento dagiorni,mesi:e rinchiuso in caserma
e non gli e permesso di uscirne fino allapartenza delle navi per
il Montenegro.Non puo nemmeno telefonare.Niente!Boris,figlio di
un serbo e di una croata,nato a Belgrado,non avendo di-chiarato
la sua nazionalita e forestiero dappertutto.E a Pola da appena
treanni,in base a un contratto a tempo determinato introdotto
nell’ormai ex eser-cito prima del disfacimento del Paese come
tentativo di riorganizzazione emodernizzazione,anche se il vero
motivo era il fatto che non c’erano abba-stanza candidati per
le scuole militari:mancavano i pazzi o i ragazzi bisognosipronti
all’educazione militare,cioe gli indossatori di divisa a vita.I
genitori di-vorziati,lui abbandonato a sé stesso,trova la salvezza
nell’esercito.Almenotemporaneamente.Niente di originale,pero efficace,come
direbbe il nostronuovo presidente Franjica.Era naturale che loro
si aggrappassero sempre a me.Per le piu svariate ra-gioni,s’intende!Dino,da
qualche parte in Slovenia,insegna sociologia.Ha cambiato la di-visa
con la cattedra.Non sono sicuro che la sua sia stata una buona
scelta,machi vuoi che capisca gli sloveni. Sono troppo vicini
al confine austriaco,e lassula grande anima slava patisce gli
influssi germanici.Ma poi,se considero ledonne slovene,mi pare
quasi che esse non siano troppo diverse da noi,per cuiin media
sono accettabili.Almeno quelli che io ho conosciuto.Rrrrring!
Il telefono.Chi ha inventato sto maledetto apparecchio che,ap-pena
compi la trentina,squilla di regola quando ti da piu fastidio.
Mi dovro procurare un telefono piu silenzioso,perché quello che
ho,Dio nescampi,potrebbe servire da sirena d’allarme per l’intero
quartiere,anche se inquesta parte della citta vecchia non puoi
piu allarmare neppure i ratti se percaso li calpesti sulle scale
alle prime ore del mattina,quando la maggioranzadei rispettabilissimi
abitanti del quartiere cerca di infilare il proprio portone.
–
Si. – sussuro appena al telefono.
– Qui Sima.Robi,sei tu.
– Sima,chi.
– Sima,scemo,dei Servizi,che cazzo c’hai,che non me riconosci.
– Ah,sei tu.Ma dove sei,Simke,sei vivo.
– Non sfotterme.Senti,devo dirte qualcosa de molto serio.Come
amico.Semo ancora amici o hai cambiato partito anche te.
– Cazzo,Simke,qual e secondo te il partito giusto.
– Dai Robi,tu sei un omo normale.
Un
po’matto,ma onesto e me dispiace-rebbe che finisci male.Per questo
te chiamo.Qua se stanno a inventa qualcosa:gli dai molto sui coglioni
perché procuri le carte a sti tuoi croati che fuggonodall’esercito,li
inciti e cosi via.Be’,cazzo,lo facevi anche st’estate e lo sapemo,ma
ora che dobbiamo andarcene scoglionano:sara che t’hanno visto
in televi-sione,in una cerimonia dove se suonava l’inno croato,e
tu la impalato,e tuttoil resto.Insomma,te volevo avvisa di stare
attento nei prossimi giorni.Cazzo,avemo bevuto un mare insieme
e non sarebbe stato giusto che non te l’avessidetto.
– Eh,Simke,Simke! Cazzo,cosa vuoi che ti dica.Grazie! Ai tuoi
idioti puoidire che abbiamo avuto lo stesso addestramento negli
stessi poligoni,per cuise vogliono venire,lo facciano pure.Lo
sai come dicono dalle mie parti,in Dalmazia:“Nessuno ti puo uccidere
due volte!”Tu sai che sono un tipo socievole,percio non ho intenzione
di andarmene in cielo da solo:dunque vengano pure.E chi se ne
frega di loro…dimmi,invece,tu come stai.
– De merda! Moglie e bambini sono andati a farsi fottere,con la
nave inMontenegro,con tutti i mobili,non ho idea di dove sono.Se
sopravvivono,emia moglie ci riesce di sicuro,arriveranno in qualche
modo a Pozarevac,daimiei,e dopo sara quel che sara.Son gia rimasto
senza mobili.Te conosci quel-l’asino di Mirko,quello delle navi
ausiliari.Lo conosci,naturalmente.Eccovedi,lui era imbarcato sulla
loro stessa nave e vicino all’isola di Lissa,giusto inmezzo all’Adriatico,gli
viene un esaurimento nervoso e prima che riescono aimpacchettarlo
butta meta dei mobili in mare.Appena vede Lissa capisce chesta
a lascia per sempre la Croazia e l’omo parte de testa.Naturalmente,se
sot-tintende che in sta meta de mobili buttati a mare c’erano
anche i miei.E beneha fatto.No capisco molto de cio che succede
oggi.Difatti no capisco niente,ma lui lo capisco.– E tu! Tu che
farai.
– Be’,cerco de infilarme tra le scartoffie da qualche parte,sai,de
diventarescribacchino,per evitare sta guerra de merda,e se ce
riesco,bene.Se no,cazzo.Non ce saro riuscito.
– E da dove mi chiami ora. Non sarai mica al comando!
– Sei matto! Dall’appartamento de un amico che e gia partito per
la Serbia,e a me me ha lasciato la chiave.No so che cazzo farmene,mah.Nel
mio appar-tamento non posso farme vedé.Sai,noi dei Servizi ce
la svigneremo fra qual-che ora.Adesso sono arrivati i para da
Nis,per difenderci,si fa per dire,dagliustascia e non lasciano
uscire piu nessuno.Matti,merda,affanculo.Te ammaz-zano come una
lepre.E dopo che te hanno fatto la pelle,te dichiarano diser-tore.Te
mettono in una bara,te spediscono in Serbia e te interrano con
tutti glionori.Ce capisci qualcosa. Semo un popolo de svitati.
– Simke,ti ringrazio nuovamente:torna in caserma.Non vorrei averti
sullacoscienza.
– Ehi,un attimo che te domando ancora una cosa.Cos’era quella
cerimoniacon l’inno quando eri in televisione!
– Niente.Organizziamo il corpo degli ufficiali.
– Cosa!
– Il corpo degli ufficiali.
– Che vuoi dire.
– Be’,e qualcosa di simile all’ex Unione combattenti della guerra
di libera-zione,non lo so esattamente.Unione degli ufficiali.Dei
graduati.Di tutte leprovenienze:miliziani,ustascia,partigiani,legionari
francesi fino a noi dell’E-sercito Popolare Iugoslavo.Ce ne sono
di tutti i colori.La media degli anni esulla sessantina,nisba
giovani.Parlando della media,puoi entrarne a far parteanche tu,se
vuoi.
– Io. Come io!
– Facile.Dici che te ne sbatti della Iugoslavia,che in cuor tuo
ti sentivi dasempre croato,ma che te ne sei reso conto soltanto
adesso.Un po’tardi,macazzo,meglio tardi che mai.Oppure puoi rimanere
serbo se proprio insisti,mache consideri la Croazia come tua patria,perché
in Serbia non hai nessuno,ec-cetto la moglie,i figli e il resto
della famiglia che ormai hanno rinunciato a te,il che come minimo
c’era da aspettarselo da loro.Soltanto non devi dichiarartiiugoslavo.Comunque
devi dichiarare la tua appartenenza:non dichiararsi,diquesti tempi,e
rischioso.E naturalmente,occorrendo,dovrai dichiararti dispo-nibile
a sacrificare la vita per…
– Non sacrifico un cazzo per nessuno!– Ma uomo benedetto,ragiona!
Oggigiorno non puoi dichiararti né serboné croato,se non sei disposto
a sacrificare almeno la vita,quindi che differenzafa. In un modo
o nell’altro,se Dio vuole,perderai la tua testa bacata da qual-che
parte,e almeno non dovrai andare lontano.Spese minori.
– Sai cosa. Quando ce penso meglio,voi croati siete veramente
matti.Voidalmati soprattutto.Tu specialmente.
– Senti chi parla.Appartenete alla nazione piu ragionevole del
pianeta e deidintorni.Tra l’altro,per quel che riguarda la trasmissione
televisiva,non sa-pevo nemmeno che stessero riprendendo,finché
quella sera non mi sono vistonel telegiornale della sera.Perdio,le
ginocchia mi tremavano quando mi sonoriconosciuto,cosi impalato.Lo
sapevo io che i tuoi compari si sarebbero subitointeressati della
mia salute,percio da giorni dormo con la pistola sotto il cu-scino.
– Buon modo per iniziare la guerra di liberazione.E perché tenete
la manosul cuore quando suona l’inno.
– Non ne ho idea,cosi come ancora oggi non so a che cosa serviva
la metadelle stronzate che facevo in marina.
– Questo e vero.Senti vecchio,cosa vuoi che te dico.Tieni duro,scappa
ilpiu lontano possibile dal campo de battaglia.Non lasciare che
te rifilano qual-che fottuto grado,sei finito.Il fronte non te
lo toglie nessuno.Sei addestratoper ogni cazzo,cosi sai che sei
fottuto.Eh,si! Senti,strappo il tuo dossier per-sonale e anche
quelli di chi sa qualcosa de te:salvati come sai e puoi.In fin
deiconti tu sei borghese da un pezzo,forse te lasceranno in pace.Vecchio,nonmollare.Potrei
parlare con te per ore,ma devo andare.Non so,in qualchemodo me
sento piu leggero dopo questo discorso.Almeno qualcosa non ecambiata,te
sei sempre uguale.Ma sai cosa,chi se ne fotte,era bello finché
edurata.Me ne vado fra qualche giorno,e se non ce sentiamo piu,lo
faremo inuna altra vita.
– Non c’e problema,vecchio.Per noi,nati nei Balcani,la seconda
vita e unagaranzia,perché la prima non conta un cazzo.Annullata
in anticipo.In gamba!– Ehi,ehi! Quando menzioni i Balcani,sento
che i tuoi compatrioti al po-tere dicono che la Croazia non e
nei Balcani.Dov’e allora,perdio.
– Eh,Simke mio,il tuo problema e di doppia natura.In primo luogo
seiagente dei Servizi,e per la natura del lavoro che svolgi certe
cose non devi ca-pirle,e poi sei serbo,e dunque certe cose non
puoi naturalmente capirle.Questa e la sottile differenza tra politica
e geografia,che tu forse capirai nell’altravita.Soltanto non provare
a chiedermi,se certe cose le ho capite.
– Ha,ha! Non te lo chiedo,e non sono sicuro che la capiro in una
qualsiasivita.Dimmi Robi,te credi in Dio. Penso a quello dell’altra
vita.
– Dai,uomo,rilassati e svignatela in caserma.Che vergogna che
sei per l’in-tero movimento comunista! Il povero Jozo si rivolterebbe
nella tomba a De-dinje.E dove sono finiti gli ideali.
– Sbattitene degli ideali,vedi a cosa ci hanno portato.Chi ancora
nei Bal-cani puo realizzare qualche ideale. Da ste parti durano
solo dall’oggi al do-mani,ma per sempre,no,fratellino! Qualche
volta questo “dall’oggi al domani”dura anche quaranta anni,ma
poi va tutto a farsi fottere.Ma,tu credi in Dio,oppure no. Te
lo chiedo seriamente!
– Vecchio mio,ovviamente l’avrai capito pure tu,anche se sei dei
Servizi eper di piu serbo,che in guerra non ci sono miscredenti.
– Me lo immaginavo.Ora devo scappare,veramente.Addio,vecchio mio.
– Addio! La linea si interruppe.Rimisi la cornetta a posto e la
fissai ottusamente.Unaltro che se ne stava andando dalla mia vita.Con
dignita,almeno nei miei con-fronti.E nei confronti degli altri.
Chi sono io per giudicare. E mi ha detto chenon ero cambiato.Dio
mio! Non era consapevole di quanto fossimo cambiatitutti o come
tutto attorno a noi fosse cambiato.Come si puo rimanere gli stessiquando
tutto cambia attorno a te. All’esterno seguiti a fingere di essere
“testesso”,come d’altronde hai sempre fatto:adegui solo le smorfie
e il vocabola-rio alle nuove circostanze,dipingi un po’la facciata
per armonizzarla alle tintedi moda:tutto qui.Sempre uguale! Come
uguale.! Come ero prima,e comesono adesso. E incredibile come
ci conosciamo poco,come trascorriamo annied anni con qualcuno
di cui realmente non sappiamo nulla.Per un attimo cercai ancora
di convincermi che nessuno in fondo cambia:tutto cio che ci sorprende,tutto
cio che non ci aspettavamo,esiste in noi e ne-gli altri da sempre,ma
chi sa per quale ragione fino ad allora non l’avevamonotato.Non
lo facevano notare,non lo sapevamo riconoscere,non c’interes-sava,fa
lo stesso.In un modo o nell’altro,alla fine risulta che non sappiamoniente
di nessuno.A partire da noi stessi.Nel contesto balcanico,poi,e
veramente difficile distinguere fra un cambia-mento della persona
o un mero adattamento alle circostanze in cui essa si viena trovare,spesso
indipendentemente dalla propria volonta:ognuno di noi non
fa altro che ingegnarsi come sa e puo,senza regole di comportamento
predefi-nite,con l’unico scopo di sopravvivere fino all’indomani.E
l’indomani ci si sa-rebbe risvegliati (se ci si risvegliava) la
dove si era,con tutti quegli immanicondizionamenti sociali a limitare
il nostro destino,condizionamenti sui quali,naturalmente,non si
poteva in nessun modo influire.O ci si adattava oppureno.Mi pare
che la piu adattabile specie vivente dei Balcani sia appunto l’uomo,a
condizione che sia nato e cresciuto li.Gli altri appartenenti
alla razza umananon si sono mai e mai si adatteranno ai Balcani,e
tanto meno capiranno la suagente,da qualsiasi parte essi provengano:non
possono capire la forza delle no-stre numerose verita storiche,degli
ancora piu numerosi miti viventi e degliinganni attuali che ormai
nessuno conta piu.Il tutto poi si intreccia in una ma-tassa cosi
ingarbugliata che e difficile sbrogliarla.Anzi,impossibile.A noi
chesiamo nati qui (volenti o nolenti) pare che tutto sia chiaro
fin dalle origini delmondo,e se un giorno succede qualcosa che
non avremmo mai pensato po-tesse succedere,tutto il ciclo dei
ragionamenti riprende dall’inizio.E come potrebbe essere altrimenti
quando nella prima parte della tua vitavivi una verita,nella seconda
parte un mito,nella terza parte il terzo inganno ecosi ti passa
la vita. Con un inno nasci,con il secondo vivi e solo Dio sa con
quale morirai.E fratutti gli innumerevoli e promettenti geni internazionali
che circolano in questigiorni per i Balcani e c’insegnano che
non e proprio da democratici sgozzare ilprimo vicino che si incontra
(non e nostra la colpa se gli altri sono lontani enon vogliono
combattere contro di noi) trovane uno che ci possa capire!Quando
arrivera la cuccagna,come dice Miki.In tutti i Balcani non puoi
trovare due persone che la pensino piu o menoallo stesso modo.Non
ha importanza a che nazione appartengano.In man-canza di un’idea
comune la guerra e soltanto un altro modo di condurre la po-litica.Cazzo,mi
sono lasciato andare.Per come stanno le cose,stanotte,per cam-biare,potrei
veramente ubriacarmi,ascoltare i vecchi dischi e ripensare aitempi
in cui con tutto cio non mi rompevo la testa.Quando pensavo alle
cosealle quali pensa anche il resto del mondo che non e in guerra:alle
donne,agliamori,ai divertimenti,alle compagnie,alle amicizie che
sembravano eternecome la gioventu in cui nascevano.Era gia passata
la mezzanotte quando constatai di aver bevuto quasi lameta del
cognac che mi aveva dato alla testa per bene.Quando iniziai ad
ascol-tare i dischi di musica croata,mi resi conto che sarebbe
arrivata la crisi.Non liascolto nello stato,per cosi dire,“normale”.E
quando li ascolto,incomincio conOliver,poi con vari altri cantautori
dalmati,e dopo qualche ora termino con lecanzoni folk.Li ascolto
con le cuffie,naturalmente,dato che oggi qualche indi-viduo illuminato
potrebbe passare vicino al tuo appartamento,sentire la mu-sica
e mettersi a sparare.Me ne sbatto della musica con l’accompagnamento
dieffetti esplosivi nelle immediate vicinanze.Mi tolsi le cuffie
per cambiare il disco,quando sentii il campanello.Chissada quanto
suona,pensai,perché mentre avevo le cuffie in testa,potevano bom-bardare
mezza Pola e io non avrei sentito niente,tanto il volume della
musicaera alto.Driiinnnn.Devo confessare che il mio campanello
ha un tono particolarmente irri-tante a causa della sua mutazione
da un suono normale a questo gorgoglio,chepoi e la conseguenza
delle mie non troppo coscienti attivita d’un tempo.Al-meno,per
quel che mi ricordo.Infatti,anni or sono,in uno sfogo di passione,lo
avevo fatto a pezzi con un colpo accidentale.L’indomani,finite
la furia e lasbornia,avevo cercato di ricomporre i pezzi che avevo
raccolto per casa.Da al-lora,ricomposto a meta,si sforza di suonare
(se questo rumore si puo definirecon questo verbo) ricordandomi
ogni volta di essere in punto di morte e chequello sarebbe stato
uno dei suoi ultimi tentativi di spiegarmi che non era suala colpa
di quel colpo sventurato e ancor meno di tutto cio che lo precedette.Per
qualche ragione inspiegabile continuo ad ascoltarlo senza far
niente,anchese da molto tempo ho comprato un campanello nuovo
che aspetta solo di es-sere montato.Non posso.Sto aspettando che
quello rotto tiri le cuoia in pacecon il Signore,forse perché
la coscienza mi bruci di meno.Ma non puo.So chenon puo.Andai velocemente
in camera a prendere la pistola,misi il colpo in canna em’avviai
verso la porta.Mi misi di lato e chiesi chi fosse.
– Sono Aca,fottiti,dai apri! Sto suonando da mezz’ora.Sei sordo!
– Aca,sei proprio tu.
– No,il mio povero nonno.Apri sta porta una buona volta!Un milione
di pensieri mi passarono in un baleno per la testa,gia alquantorimbombante
per il bere e la musica troppo forte (se metto le cuffie,perchénon
alzare il volume al massimo.).Da dove sbuca Aca,adesso,nel cuore
dellanotte. Che non l’abbiano torchiato,che non ci sia qualcun
altro con lui,che non stiano tentando di fregarmi. E se gli chiedessi
se e solo…Cazzo,comeposso chiedere ad Aca se e solo! Se e venuto
per farmi…Se non posso crederea lui,a chi posso credere. Pero,come
mai e venuto proprio adesso:e da mesiche non lo sento.! Mah,chi
se ne frega,se devono proprio farmi la pelle,allorache succeda
in modo poetico,lo faccia l’amico con cui ho trascorso meta dellavita.Ero
veramente fuori di testa.Apro una delle due serrature della porta,quella
vecchia,poi passo alla seconda,di sicurezza,che avevo aggiunto
un paiodi mesi prima,dietro suggerimento di alcuni amici.Questa
serratura e cosicomplicata che per aprirla mi ci sono voluti tre
o quattro tentativi e gia un paiodi volte,di mattina presto,snervato
per ragioni comprensibili a quell’ora,avevopreso la pistola.Non
l’ho fatto ancora,ma grazie a Dio,c’e tempo,mi liberero diquella
serratura.Finalmente riuscii ad aprire la porta.Davanti alla porta
c’erano Aca e Boris,ambedue inzuppati dalla pioggia,emi guardavano
come…non so come esprimermi senza che cio risulti schifosa-mente
patetico.Bisogna sottolineare che nel buio e a una decina di metri
di di-stanza e difficile distinguere Aca da un grosso orso di
Lika,la selvaggia regionedei suoi genitori,trasferitisi dopo la
seconda guerra mondiale in Voivodina.Aca letteralmente schizzo
attraverso la porta,mi si butto addosso,mi abbrac-cio stretto
(qui diventa significativa la comparazione con l’orso) e mi diede
unamanata sulle spalle.Boris se ne stava in disparte e aspettava.Lui
e piu piccolo,con le sue effusioni me la sarei cavata piu facilmente,pensai,solo
che mi tolgasto mammouth di dosso.Poi ripetei la stessa cerimonia
con Boris.
– Ma dove sei stato,compare,va’a farti fottere! – tuono Aca con
la sua voceda baritono.
– Sono stato qui,amico,come sempre.Dove sei stato tu. Sono mesi
checerco di contattarti.Ma sei davvero vivo.
– Vivo,cazzo,eccome.Non puoi disfarti semplicemente di me.Cos’hai
sullaporta,accidenti a te – mi chiese guardando sorpreso le stanghe
della serratura“di sicurezza”.
– Cazzo,hai trasformato l’appartamento in una fortezza.Ah,ah,ah!
Questa e bella.Anche se viene qualcuno a farti fuori,prima che
tu apratutto sto arnese,desistera.Chi avrebbe la pazienza di aspettare.
Chi te l’ha rifi-lata.– Vedo che tutto l’alcol che hai ingerito
non ha danneggiato del tutto il tuospirito d’osservazione – dissi
ridendo.
– Giacché si parla di bere,cos’hai da offrire al tuo compare.
– chiese lui.
–Sono a secco come un deserto,e lo sai che in questo stato non
tutti i tassellisono al loro posto.
– Cognac,sul tavolo.
– Ehila,fratellino,facciamo i francesi! Questo mi suona bene.Aca
ando in cucina,prese due bicchieri,per sé e Boris,e ritorno al
tavolo.Dinascosto depositai la pistola nel cassetto del como vicino
alla porta,perchénon la vedessero e andai verso il tavolo.Boris
se ne stava ancora silenzioso inpiedi,in disparte.Era pallido
in modo innaturale e sembrava sul punto dipiangere.
– Che cos’hai,perché stai li impalato. – gli chiesi.
– Niente – disse lui.
– Cazzo,quasi ci hanno fatto fuori mentre fuggivamo oltre il muro
di cintadella caserma – disse Aca.
– Quei pazzi di para.Il piccolo se l’e quasi fatta ad-dosso dalla
paura.
– Io me la sarei fatta addosso! – sbuffo Boris e finalmente si
sedette pure luial tavolo,mentre Aca aveva gia svuotato un bicchiere.
– Sei tu che ululavi sulmuro come una bestia,e non io.Cazzo,ti
avrebbero sentito fino all’Arena,tanto urlavi,e come pensavi che
non ti avrebbero sentito quegli scemi al can-cello,un centinaio
di metri piu in la.
– Certo,idiota,quando le palle mi si sono impigliate nel filo
spinato,e tudall’altra parte mi tiravi per la gamba come un forsennato
– contraccambioAca.
– Pensa,compare,che tragedia alla serba.Io pendo dal filo con
il coglionesinistro mezzo bucato mentre i fratelli serbi mi sparano,e
tutto cio per venireda te,mentre questo cretino di iugoslavo mi
tira per la gamba,e tira e ritira.Emi grida di scendere giu,come
se per me restare appeso al filo spinato fino allafine dei miei
giorni fosse il massimo dei desideri.E come potevo scendere fin-ché
non mi staccavo dal filo. E come potevo staccarmi con questo scemo
chemi tirava per la gamba. E cosi che io,dal profondo del mio
animo,urlo a que-sto cretino che e un figlio di puttana e manda
affanculo lui e il resto della suafamiglia,il che e umano,credo,in
simili circostanze:gli grido di lasciarmi lagamba,ma lui se ne
frega.Tira come un asino.– E come diavolo finisce questa tragedia
alla serba. – chiesi.
– Bene – risponde Aca.
– I pantaloni strappati,mezza gamba stagliuzzata,una marea di
sangue e il coglione non l’ho ancora esaminato.Forse c’e ne rima-sto
qualcosa.Dalla caserma fino a qui ho camminato in modo da non
irritarlo.
– Ci mancava poco e ci avrebbero fatto secchi per la tua trentina
di chili inpiu – gli rinfaccio con un po’di cattiveria Boris che
pure aveva gia bevuto ilprimo bicchiere e se ne stava versando
un altro.
– E per quanto riguarda il tuomodo di camminare,grazie alla tua
eleganza congenita,non ho notato unagrande differenza.
– Tu,statti zitto.Di te ne ho pieno il cazzo in questi mesi –
borbotto Aca.
– Bene,fammi vedere cosa hai lasciato sul filo e cosa ti sei portato
dietro –dissi ad Aca.
Aca si alzo e mostro le gambe.Il calzone sinistro era davvero
strappato e letracce di sangue si vedevano dappertutto sui pantaloni.Dapprima
avevo pen-savo che si trattasse di uno scherzo,o che almeno avesse
un po’gonfiato la cosaper l’occasione,per tirarmi su il morale,come
in genere faceva sempre,perchéprendeva tutto nella vita con una
dose di sano umorismo,alleviando semprein tal modo la cruda realta,rendendola
in qualche modo piu accettabile aglialtri e a sé stesso.Il suo
credo nella vita era che niente poteva andare cosi maleda non
poter andare peggio,e quand’era cosi:“Cazzo,bisogna farsene una
ra-gione!”.Per questo in un modo o nell’altro era simpatico a
tutti,anche a me findal lontano 1974,quando ci incontrammo per
la prima volta nella scuola mili-tare di Spalato.Ma a giudicare
dalle tracce di sangue,questa volta si era conciato per bene.
– Dai,amico,ti do dell’alcol perché le ferite non ti si infettino.
– Lascia stare,siamo venuti per salutarti e poi tagliamo la corda.
– Non scherzare,perdio.Vieni qui.Ho dell’acquavite casereccia,versala
ladove ti sei tagliato.Trascinai Aca dal soggiorno (che al contempo
serviva da anticamera) in cu-cina,dove avevo una bottiglia di
acquavite che qualcuno chissa quando miaveva dato.Aca si tolse
i pantaloni,apri la bottiglia,verso l’acquavite nel palmodella
mano e la spruzzo sulla ferita alla gamba.Il risultato fu immediato
e de-vastante.Incomincio letteralmente a saltare per la cucina,mentre
le lacrime gliscendevano per il dolore.– Vaffanculo! – urlo.
– Da dove salta fuori sta roba. Ma con sta roba nonpuoi nemmeno
lavare i vetri senza i guanti di protezione,altroché curare i
di-sertori mutilati! Non sei normale.Sapevo che avrei tirato le
cuoia stasera,mache me le tirasse l’acquavite,questo no! Ahiooo!
Come brucia,madre puttana.Ahiooo.
– Che c’e,eroe – grugni Boris dal salotto.
– E da tre giorni che mi hai stressato per venire qui,come a dire
chi se ne fotte delle pallottole,ce la caveremo inqualche modo,e
adesso stai urlando per un po’di acquavite.
– Ascolta,piccolo – borbotto Aca – se non smetti di sventolare
quella tualinguaccia sfacciata,te la massaggio io con quest’acquavite,che
poi al rientro ciservi da lanciafiamme,il che puo venirci utile.–
Perché,rientrate.– chiesi,anche se mi era chiaro che erano fuggiti
dallacaserma soltanto per me,per vedermi ancora una volta.
– Come,non sietescappati per non ritornare per sempre.
– Un cazzo per sempre – gemette Aca,che ancora si teneva l’inguine
doveaveva versato l’acquavite in abbondanza
.– Siamo scappati solo per accommia-tarci,costi quel che costi.Domani
salpiamo per le Bocche di Cattaro.E venutoil tempo,ce ne andiamo,cazzo!
Che vuoi,deve essere cosi.
– E come pensate di rientrare in caserma. – chiesi io
.– Appena vedrannoche non ci siete daranno l’allarme e voi cosa
farete.– Ma cosa cazzo vuoi che vedano quelli! – rispose Aca cercando
di sorri-dere.Evidentemente il primo effetto dell’acquavite andava
scemando.
– I cre-tini sparano di notte ad ogni fruscio.Nemmeno i topi osano
piu gironzolareper la caserma.Qualsiasi cosa si muove,i fratelli
sparano,e l’indomani via coni rapporti che siamo stati attaccati
dagli ustascia da tutte le parti.Ma,cazzo,l’e-sercito resta sempre
esercito.Pensi che loro sanno che ce ne siamo andati.Nemmeno per
sogno.
– Ma vi hanno sparato. – chiesi incuriosito.
– Come faccio a saperlo – rispose Aca con una voce che somigliava
sempredi piu al suo solito modo noncurante di parlare (come diceva
lui,serbo setten-trionale),dopo essersi ripreso dal bruciore causato
dall’acquavite.
– Tutti spa-rano,perlopiu di notte,e poi tu va’a sapere chi ha
premuto il grilletto
.– Mah,e che questi idioti mangiano merda – ribatté Boris.
– Sparano ogninotte e lo fanno solo per noi,per spaventarci.Come
a dire:dappertutto attornoa noi ci sono gli ustascia,aspettano
soltanto che tiriamo fuori la testa per sgoz-zarci,ecc.In realta
cercano di spaventare noi pochi che siamo rimasti perchénon si
scappi anche noi.Null’altro.
– Tuttavia ti sei cagato sotto dalla caserma fino a qui – sorrise
Aca.– Robi,aveva gli occhi come cocomeri.Non faceva altro che
guardarsi attorno e fri-gnare.
– Be’,non puoi essere indifferente in simili circostanze – rispose
un po’of-feso Boris.
– Che ne so degli imbecilli che vanno in giro e di cosa hanno
per la testa. Siamo dovuti scappare in divisa e poi in un boschetto,la
vicino al murodi cinta,ci siamo messi in borghese.Dopo era piu
facile.
– E quando abbiamo incontrato quei tre. – chiese Aca.
– Buona sera,ra-gazzi,come va! E hai finto l’accento istriano.Cazzo,non
sai nemmeno il serboa dovere,e vuoi sapere l’istriano!
– Che stupido che sei – ribatté Boris.
– Cosa dovevo dirgli. Che sono un uf-ficiale dell’EPI che con
un altro idiota sono appena scappato dalla caserma perprendere
una boccata d’aria fresca,non e cosi. Voi della Voivodina siete
vera-mente fottuti,sara per quell’immensa pianura e la monotonia,subito
dopo lanascita raggiungete lo stato del nirvana e il resto della
vita vi passa in beatitu-dine.Ma me ne sbatto di te,invece tu
Robi,ce l’hai qui i Prljavo kazaliste,chevoglio sentirmi Ruzica.
– Vaffanculo a te e a Ruzica.Qualche giorno fa l’idiota si ubriaca,prende
lacassetta con sta canzone e verso sera giu a tutta birra.Puoi
immaginartiquando nel bel mezzo della caserma si incomincia a
sentire la canzone e arrivala parte “rosa,l’ultima rosa croata”o
qualcosa del genere.Erano tutti agitati,eBoris ubriaco fradicio,con
il registratore a tutto volume,piange a catinelle.Amalapena ho
tirato fuori lo scemo dalla merda.Ho dovuto portare il suo certi-ficato
di nascita per far vedere che su madre si chiama Rosa,che piange
per lei,che ha saputo che e gravemente ammalata,senno finiva a
farsi fottere insiemecon la Rosa.Pensa se sua madre non si fosse
chiamata davvero Rosa! Nem-meno Dio lo salvava.E poi ubriaco com’era
comincia a delirare qualcosa di te,dell’amicizia,della fratellanza.Ma
cosa vuoi che ti dica,stronzate fino sotto lenuvole.– Perché,tu
non hai pianto,vero. – disse Boris.– Si,ma dopo,quando tutti se
ne erano andati via – rispose Aca.– Stupido,loro non capiscono
un cazzo,sono ingozzati di storie sugli ustascia e nonfanno altro
che guardare chi far fuori.Specialmente i traditori tra di noi.–
Ma se poi ti volevi suicidare! – continuo Boris.– Per causa tua,idiota!
Se avessi avuto intenzione di ammazzarmi,l’avreifatto tanto tempo
fa,senza aspettare sti tempi di merda – ribatté Aca.– Va’amenartelo,ero
talmente sbronzo da non sapere come mi chiamavo,buio pesto– continuo
Aca contrito,come se parlasse di qualcosa di cui si vergognava.–
Esto iugoscemo,sempre con la pistola in mano,a rompere che la
cosa piu onestae farla finita e cosi risolvere tutti i nostri
problemi.Mi macina non-stop all’o-recchio che siamo rimasti senza
paese,senza amici,senza vita,che non possiamo neanche andare in
citta a farci un bicchiere,venire da te,o vedere la pol-lastrella
per cui fa le fusa.Stanno tutti davanti alla fottuta televisione,dapper-tutto
si spara,e lui ti va a prendere una cotta per una di lassu a Stoia,al
con-fronto della quale quella di Umago,che se la incontri di notte
prendi un infartoper la paura,te la ricordi. bene,quella a confronto
di questa e miss mondo.Inpoche parole,in questo stato,partito
completamente di testa,quando sto cre-tino per la centoeunesima
volta menziona sto scorfano di Stoia,afferro la suapistola e dico
a me stesso:basta,chi se ne frega di una vita cosi.Non potevo
piustarlo a sentire.– E cosa e successo. – chiesi poiché Aca a
quel punto fece una pausa.– Niente – termino Boris.– Gli ho sottratto
la pistola e poi tutt’e due ab-biamo continuato a sbronzarci e
a piangere fino al mattino.L’indomani ab-biamo dormito tutto il
giorno e la sera ci siamo ubriacati di nuovo.Il giornodopo abbiamo
di nuovo dormito…vuoi che vada avanti.– Non occorre,ho capito
– risposi.– Da quando allora siete sobri.– Dall’altro ieri – rispose
Aca calmo.– Dovevamo progettare la fuga dallacaserma e ci siamo
messi un po’in sesto.Visto come si comportavano sti nuovieroi
venuti dalla Serbia,osservati i loro movimenti ecc.,abbiamo concluso
chese la facevano sotto dieci volte piu di noi.E poi questo iugostratega
ha sceltocome il piu facile da scavalcare quel punto del muro
di cinta che abbiamo ol-trepassato e tu guarda come mi sono ridotto.Nel
frattempo Boris aveva trovato il disco che cercava e si sentirono
leprime note di Ruzicaeseguita dai Prljavo kazaliste.– Ehi,stratega!
Solo non ricominciare a piangere – lo punzecchio Aca.– Vaffanculo!
– ribatté Boris.Buona educazione alla serba,zone di Belgrado –
commento Aca calmo.–Lascialo stare! Ma senti,collega,siamo venuti
per salutarti.Mi sono messod’accordo con questo idiota che non
ci saranno stronzate politiche,tentativi dipersuaderti:l’abbiamo
gia fatto un paio di mesi fa,quando ci siamo visti l’ul-tima volta.Qui
nei Balcani arriva sempre il tempo che ognuno deve seguire lasua
strada,che ci vuoi fare.Basta che ci lasciamo da uomini,da amici,da
com-militoni che hanno passato mezza vita insieme.Chi se ne frega,stasera,dell’e-sercito,dello
stato,della nazione:qui ci siamo solo noi e gli ultimi quindicianni
della nostra vita in comune.Puoi essere croato,eschimese o francese,mene
sbatto:tu sei mio amico,quello con cui ho trascorso i piu bei
momenti dellamia vita e voglio salutarti da uomo e poterti dire
prima della partenza,guardandoti negli occhi:“Ti voglio bene,sei
il mio piu caro amico al mondo e nonti dimentichero mai”.E se
Dio esiste,se questa stronzata di guerra finira,ci rin-contreremo
di nuovo da amici,da compari,e non come appartenenti a questao
a quella nazione.Allora ci berremo sopra,da uomini.Sei d’accordo.–
D’accordo – sussurai tra i denti e la gola mi si strinse.Buttai
giu un bic-chierino di cognac in un fiato per non scoppiare in
lacrime.– Sono d’accordo,anche se…– Anche se devi dire che sto
sbagliando,che dovevo restare qui e cosi via.No farmi la predica,ti
prego! Lo sai che ho distrutto il matrimonio ancoraprima di metterlo
in piedi,che quella puttana tanto se ne e andata dalla Croa-zia
con il mio bambino l’anno scorso,che i miei genitori vecchi e
malati sonosoli in Voivodina,che qui nessuno mi vuole vedere almeno
per qualche secolo.Se anche qualcuno ci tiene a me,non deve darlo
a vedere perché sarebbe fot-tuto lui stesso,cosi sono sempre gli
stessi cazzi amari! Chi mi darebbe un po-sto di lavoro se gli
dico come mi chiamo. Di che cosa vivro! Avrei avuto la cit-tadinanza
prima se arrivavo con un UFO piuttosto che dalla Serbia.Cazzo,e
larealta.Questo poveraccio – guardo Boris – cosa puo fare lui.!
E qui da neanchetre anni,senza appartamento,senza lavoro,senza
niente! Qui non c’e scelta,laquestione e soltanto quante bottiglie
ti occorrono per fartene una ragione.– Se le bottiglie sono la
misura,tu morirai prima di essertela fatta – ribattéBoris che
per la terza volta stava ascoltando la stessa canzone.– Questo
ragazzo e completamente inacidito da quando hai abbandonatol’esercito
– borbotto Aca.– In questi ultimi tre mesi e invecchiato di trent’anni.Anche
il mio povero nonno Marko aveva piu voglia di vivere di lui.–
Il tuo nonnino non ha proprio un nome serbo – fece Boris.– Lo
vedi – mi guardo Aca.– Il ragazzo e diventato un veleno d’uomo.Loammazzeranno
sti cetnici che sono venuti a “proteggerci”.Tutti gia lo chia-mano
iugo.– Che tutti si facciano la loro madre – ribatté Boris.– I
cetnici mi hannosgozzato il nonno nella seconda guerra mondiale,e
perché diavolo dovrebberoora volere bene a me.– Ehi,ehi – li interruppi.–
Compagni,mettiamoci d’accordo.Qui ho ancorauna o due bottiglie
di cognac.Le ha portate una tipa un mese o due fa.Acqui-state
a buon mercato.– Lo vedi,idiota – disse Aca a Boris.– Sono queste
le donne che devi tro-vare e non quella befana di Stoia.
– Adesso basta! – li interruppi di nuovo,vedendo Boris che era
li li per ri-spondergli alla stessa maniera.– Tu,Boris,qui da
me hai sempre fatto il disc-jockey,quindi lo puoi fare anche adesso.Sbattetevene
di cetnici,mogli,befaneed altre dolci creature terrestri.Ascolteremo
la musica,berremo e parleremodei vecchi tempi.A proposito,Aca,ti
ricordi mai di Toni. Stavo proprio pen-sando a lui prima del vostro
arrivo,mi ritorna spesso in mente negli ultimitempi.– Pure a me
– ribatté Aca abbassando la voce.– Spesso penso che lui e l’u-nico
ad essersene andato in tempo,quando ancora valeva la pena di andar-sene.La
cosa piu importante nella vita e andarsene in tempo.Ora c’e un
fuggi-fuggi generale.Merda,anche se ti ammazzassi nessuno se ne
accorgerebbe.Sene sbattono tutti! Abbiamo pianto di piu noi due
per Toni che tutti gli altri pernoi,se ci fottono in questa pazza
guerra.Una questione di statistica,come di-cono i nostri generali.Se
muore uno,e una notizia,se ne muoiono centomila,allora e statistica.Toni
e stato una notizia e noi saremo statistica.Una fottutastatistica
balcanica.– Sto scemo ci ha gia sepelliti – ribatté Boris.– Robi
sopravvivera perchénon e tanto idiota da mettersi di nuovo una
divisa,visto che se ne e liberato intempo.E io,appena arrivo in
Montenegro,vado per finta a trovare a Belgradola mia vecchia ammalata,e
poi via oltre il confine.Ho gia qualche buona cono-scenza,dei
parenti in Germania,e,a chi vuol fare la guerra,auguri e figli
ma-schi.Io non voglio sparare a nessuno.Di sto stato non me ne
frega un cazzo:ionon l’ho fondato e percio non ho alcuna intenzione
di salvarlo.E tu – si rivolsead Aca – tu tirerai le cuoia,questo
e poco ma sicuro.Non per una pallottola,probabilmente.Cazzo,come
potrebbe sopravvivere a qualsiasi guerra uno contanti chili di
zavorra e con una tale agilita.– Lo ammazzo,giuro su mia madre
– brontolo Aca guardando Boris di tra-verso.– Lascialo perdere!
– ribattei io.– Cosa ne e stato degli altri che sono rima-sti
sulle navi. – Ma chi e rimasto. – rispose Aca.– Hanno tagliato
tutti la corda.Domaniarriva il rimorchiatore dalle Bocche di Cattaro
per trainarci,perché non ab-biamo abbastanza uomini per navigare
da soli.Quelli piu anziani sono tuttiscomparsi,gente che ha qui
le famiglie,sono a Pola da una vita e in Serbia nes-suno piu li
conosce.Dove cazzo potrebbero andare. Se la sono svignata tutti.Ituoi
connazionali per primi.Ci siamo rimasti noi,alcuni casi persi
che nonhanno dove andare,e tutti pensiamo a come toglierci la
divisa una volta arri-vati alle Bocche.Amico,chi ha voglia di
fare la guerra. A chi sparo,puttanaEva. Alla gente con cui ho
passato la meta della mia vita. E d’altra parte dico aquesto giovane
scemo:se veniamo alle strette,meglio restare nella marina efare
i pirla sulle navi fino alla fine della guerra che togliersi la
divisa,farsi ac-chiappare ed essere spediti al fronte,perché a
quel punto siamo fottuti.E provatu ora a fare il saggio.Quando
arriveremo giu,vedremo come stanno le cose.Sajo si e sparato,questo
lo sai.– Safet! – dissi io esterrefatto.– Quando. Come. Non ne
sapevo niente.– Non lo sai. – Aca mi guardo sorpreso per un attimo.–
Ma in fondo comecazzo potevi saperlo! Una sera ci ubriachiamo
proprio per bene,lui va inbranda,ascolta Ne klepeci nanulama,viene
un idiota di quelli venuti su adessoe gli dice che se vuole ascoltarla
deve andarsene in Bosnia,o qualcosa del ge-nere,e il nostro alza
il volume al massimo,sfodera la pistola,la sua TT,la puntain fronte
al tipo e lo costringe a sentire la canzone due volte di seguito
e a can-tarla con lui.Il tipo si caga sotto.Poi arriviamo noi.Sajo,calmati,non
farlo ecosi via.Sajo ti riparte,fratello,per la terza volta con
Nanulee in quella partedella canzone dove si parla della vecchia
madre,Sajo gira la pistola e,Cristo,sifa saltare le cervella.Il
sangue dappertutto,noi scioccati.Merda.L’indomani loimpacchettano
e lo portano via.Non so neppure dove.– Povero Sajo – sussurrai.Lo
conoscevo abbastanza bene.Sulla quarantina,qualche bicchiere di
troppo,un buontempone,problemi matrimoniali.Déjavu.Ero veramente
dispiaciuto.Gli volevo bene in un certo qual modo.Non fra-ternizzavo
troppo con lui,eravamo pur sempre di eta diversa,ma ci conosce-vamo
da anni.Lavoravamo insieme.Poveraccio! – Tu,che farai. – mi scosse
Aca.Evidentemente si era gia rassegnato al de-stino di Sajo,percio
non gli dava piu troppa importanza.– Per ora niente – risposi.–
Non so che dirti.– Nulla,lascia stare – disse Aca in fretta,non
volendo chiaramente insisteresulla questione.– Sara cio che deve
essere.Versami da bere,bombolo – si ri-volse a Boris.– Amico,sta
spugna negli ultimi tempi assorbe l’alcol alla velo-cita della
luce.Se continua cosi,fra un po’potra volare perché il fegato
gli po-tra servire da ala,tanto gli e cresciuto negli ultimi tempi.Se
non stai all’erta,non c’e verso che ti sbronzi standogli accanto.Ma
chi lo fotte! Lo sai,Robi,pertutto il benedetto giorno ho pensato
a cosa ti avrei detto stanotte e adesso nontrovo le parole.Semplicemente
non so cosa dire.
– E allora cerca di stare zitto – ribadi Boris.– Non so proprio
che dire – continuo Aca,ignorando l’interruzione di Bo-ris.– Probabilmente
ci siamo detti tutto in tutti questi anni.Forza,alla tua…Erano
circa le quattro di mattino quando finalmente avevamo svuotato
laterza ed ultima bottiglia (mi consolavo,le bottiglie erano di
0,7 litri cosi mi pa-reva meno grave,in fin dei conti,se io non
ero riuscito a seguirli).Il cognac erafinito,e Boris voleva continuare
con l’acquavite che avevo dato ad Aca per dis-infettarsi:la proposta,vista
l’esperienza precedente,venne rifiutata dal se-condo con indignazione.Sostenne
di non essere un criminale di guerra persubire una tale punizione
e che non era poi tanto in crisi da dover bere quelveleno.Per
ore Aca ed io abbiamo ricordato le nostre avventure.Boris non
parteci-pava (lui allora non era imbarcato con noi),aveva messo
le cuffie e probabil-mente per la centesima volta ascoltava i
Prljavo kazaliste,con il viso rivoltoalla finestra,per cui non
sapevo se piangesse o meno perché non riuscivo a ve-derlo in faccia,ma
Aca mi sussuro un paio di volte di lasciarlo in pace,chepiangesse
se gli andava di piangere,perché chissa quando l’avrebbe ascoltatanuovamente:un
mattino aveva gettato tutte le cassette in mare,anche quelladove
c’era la canzone che stava ascoltando.E solo Dio sapeva che futuro
lo at-tendeva,perché lui non era legato esclusivamente alla marina
come Aca,se-condo il contratto poteva essere trasferito ovunque.Boris
adorava veramentesua madre,una dalmata che un’estate afosa venne
sedotta da suo padre,ilquale la porto poi a Belgrado e la lascio
con due figli minorenni.La madre,Ruza,aveva allevato sia lui che
suo fratello minore lavorando giorno e notte inun’azienda di Belgrado
e quando usci questa canzone,lui letteralmente se neinnamoro.E
la causa era davvero la madre,ma va’tu oggi a spiegarlo ad unpara
di Nis venuto a Pola un paio di giorni fa.E inoltre,poiché Dio
lo avevafatto irascibile e puntiglioso,mi era facile immaginare
in quali guai sarebbepotuto incappare.Come aveva detto Aca,sti
scemi di Nis non potevano capireche lui quella canzone l’avrebbe
ascoltata anche a costo della vita.Essendo an-ch’io figlio di
genitori divorziati,mi era facile comprendere Boris e cosi inpoco
tempo stringemmo un’amicizia sincera all’insegna di notti trascorse
incompagnia di alcolici,donne,discorsi,complicita.La maggioranza
dei belgradesi (almeno di quelli che io conosco,e ne cono-sco
parecchi) hanno un punto debole,i dalmati.Per qualche ragione
inspiega-bile vogliono bene ai dalmati,forse per il loro temperamento,la
pazzia mediterranea,l’imprevedibilita,chissa per quale altra ragione.Appena
ti annusano,si impossessano di te e non ti mollano piu.Boris non
fa eccezione (tra l’altro emezzo dalmata).Raccontava spesso che
gli unici bei ricordi dell’infanzia eranolegati alle rare visite
ai parenti della mamma in Dalmazia.Naturalmente parlodella situazione
anteriore a questa guerra,quando alle cinque del mattino nel-l’osteria
Skadarlija a Belgrado si cantava in coro Marjane,Marjane– a dire
ilvero nessuno dei musicisti presenti credeva che io,sebbene dalmata,sapessicantare
una specie di carola che in Serbia viene detta “kolo”,addirittura
dabasso:si impara di tutto nell’esercito! E ci si sbronzava a
piu non posso,si capi-sce.E adesso. pensavo,non lo so:ora esistono
soltanto serbi e croati e i belgra-desi,i dalmati e tutte le altre
distinzioni locali forse resusciteranno un paiod’anni dopo la
fine della guerra.Forse! Fino ad allora speriamo che qualcunone
conservi almeno il ricordo,ma dipende da cio che ciascuno di noi
vivra inquesta guerra.– Robi,e ora,dobbiamo andare – disse Aca
balbettando un po’per il bere.– Ehi,Robi – si fece sotto Boris.–
Dai,prima della partenza,prendi la chi-tarra e canta a sto scemo
Rastao sam pored Dunava (Sono cresciuto sulle rive delDanubio).Da
giorni non mi da pace che deve sentirtela cantare ancora unavolta,costi
quel che costi.– Veramente. – guardai Aca.– Eh,cazzo – sospiro
Aca.– Vorrei sentirla ancora una volta da te,ma e me-glio di no.Qualcuno
potrebbe sentire e sei fottuto.Se puoi,sottovoce,giustoper avere
l’anima in pace.– Ma chi se ne frega.Tutto si puo.Nessuno vive
due volte,nemmeno io –borbottai.Mi alzai dalla tavola,in qualche
modo mi rizzai,eroicamente traballante,inpiedi,andai a prendere
la chitarra,mi sedetti accanto ad Aca e incomin-ciammo a cantare
sottovoce.
Son
cresciuto vicino al Danubio,
vicino ai vecchi buoni pescatori,
pescavo le carpe,accompagnavo le navi
e sognavo bellissimi sogni lontani.
Danubio,Danubio,tu mi hai preso il cuore.
Danubio,tu mi hai preso il cuore…
Finimmo la canzone.Le lacrime,il bere,le emozioni ci annebbiarono
la vi-sta.– Dai,per sto piccolo scemo ancora Oprosti mi pape(Padre
mio,perdonami)di Oliver.Per ricordare il vecchio che e serbo e
ascolta le canzoni dalmate,eper ricordare la vecchia che e dalmata
e ascolta quelle serbe.E completamentefuso,ma cantagliela,che
poi scappiamo – disse piano Aca.– Gia fatto – risposi e proseguii
con Oliver e il suo Pape.Erano circa le cinque del mattino quando
salimmo nella mia Opel per por-tarli nelle vicinanze della caserma,poi
si sarebbero arrangiati in qualchemodo.Per la verita,non volevano
affatto che io li portassi perché qualcunonon mi vedesse con loro,ma
io non fui d’accordo.Tanto,ero gia cosi ubriacoche per me era
indifferente.Poteva succedere qualunque cosa:tutto era sfug-gito
alla logica e alla ragione.In quella piovosa sera d’autunno tutto
mi era in-differente.Guidavo lentamente per le vie buie,bagnate
e vuote,verso Stoia.Al-l’incirca mezzo chilometro prima della
caserma Aca mi disse di voltare in unboschetto,che loro sarebbero
scesi li e che io me ne ritornassi nell’apparta-mento.Dopo aver
voltato,mi fermai.Spensi il motore e le luci.Scendemmotutt’e tre
dalla macchina.La pioggia cadeva insistente.Stavamo sotto la chiomad’un
albero:in quell’oscurita mi pareva si trattasse di un pino,ma
non ne erocerto.Ci guardammo.Poi,prima Aca e poi anche Boris mi
abbracciarono e ce nestemmo cosi abbracciati.E piangemmo in silenzio.Non
so per quanto tempo.Forse un minuto,forse un’eternita! Poi Aca
mormoro qualcosa.– Cos’hai detto. – gli chiesi.– Dico al bimbo
di andarcene.Su bimbo,molla l’osso! Andiamocene!Prese Boris per
la mano e lo trascino.Sparirono nel buio.Rimasi solo.Misedetti
sul cofano della macchina,mi accesi una sigaretta fissando nel
buio icespugli dove erano spariti.Un immenso vuoto,come un maroso,si
diffuse nelmio corpo.Mi colpi al torace,alla testa.Accesi un’altra
sigaretta.Il silenzio eradisturbato soltanto dal rumore della
pioggia.Tutto sembrava cosi assurda-mente vuoto.Tutto era insensato.Mi
faceva male la paurosa forza dell’assur-dita che cosi facilmente
domina i nostri destini,giocando con loro come unmiliardario ubriaco
gioca con le fiches che per lui sono solo un passatempotemporaneo.Cercavo
di pensare a qualcosa di sensato,di muovermi,di risalirein macchina,ma
invano! Ero seduto sul cofano,totalmente stralunato,con lamente
che si rifiutava di reagire.Niente! Con lo sguardo fisso davanti
a me, ascoltavo la pioggia.Verso la meta della seconda sigaretta
mi prese un mo-mento di furore.La gettai nell’erba,la schiacciai
con il piede e quindi fuori ditesta colpii con la mano destra
il cofano con tutte le mie forze.Un dolore at-troce mi pervase
la mano.Mi sedetti,crollai accanto alla macchina nell’erbafradicia,mi
presi la testa fra le mani e incominciai a piangere ad alta voce.